Milano, il SSN e i pazienti “abbandonati”: Perché stavolta io non sto con Emergency

Milano, il SSN e i pazienti “abbandonati”: Perché stavolta io non sto con Emergency

Nella nostra tradizionale rassegna sul web abbiamo trovato un interessante post sul blog “Nessuno dice libera” che tocca direttamente il nostro Servizio Sanitario Nazionale e la città di Milano, dove Emergency ha aperto un Truck Sanitario per assistere pazienti che a loro si rivolgono per diversi motivi. Su Facebook Emergency ha scritto: “A Milano […] nei primi 10 giorni sono state assistite circa 250 persone. Cittadini italiani e di altri paesi, che si sono rivolti a Emergency per ragioni diverse, anche solo per avere una iniezione intramuscolare senza dover pagare, in Italia nel 2015″. Da questa dichiarazione è scattata la risposta del blog, che condividiamo per stimolare un dibattito sul tema.

Anche noi stiamo dalla parte di Emergency, ma ci chiediamo: E’ davvero corretto scaricare le colpe dell’attuale “percezione di abbandono” sui professionisti e i volontari del soccorso?

Faccio una premessa al post, così ci chiariamo subito ed evitiamo malintesi e pelose insinuazioni: io stimo, ammiro e sostengo l’attività di Emergency da molti anni.

Credo che il loro lavoro in zone di guerra sia stato un esempio a livello mondiale, soprattutto se si pensa che agli inizi era una piccola associazione a conduzione quasi famigliare.
Quindi, se pensate che io nutra un qualche antico astio, sappiate che non è affatto così, anzi la stima e l’affetto sono proprio il motivo per cui io ora sono molto amareggiata. E amareggiata è riduttivo.

Procediamo con ordine.

Da circa metà giugno Emergency ha attivato un Centro Mobile a Milano, il “Politruck” con il quale presta assistenza sanitaria di base e orientamento socio-sanitario gratuito a chiunque si trovi in stato di bisogno.

Non è una novità, l’associazione è già da anni presente sul territorio italiano nelle zone di sbarco di clandestini e laddove la gestione sanitaria è difficile e complessa per molti motivi. Non è l’unica associazione che si affianca al Sistema Sanitario Nazionale nelle zone “calde” d’Italia. Ad esempio è presente anche Medici Senza Frontiere e, quasi sicuramente, molti altri.

E fino a qui tutto fila, si tratta di vere e proprie emergenze sanitarie la cui gestione è assai critica e la vocazione di Emergency risponde esattamente a questo tipo di richiesta.

Molto bene. Poi una svolta: Emergency attiva dei Centri Mobili nelle città italiane.

Eh? Nelle città italiane?

Si, città italiane. Partendo dalla più metropolitana di tutte, da quella che è anche la città natale dell’associazione stessa: Milano.

Se volete conoscere luoghi e orari andate a guardare il sito, è spiegato molto bene, io qui vorrei parlare d’altro.

Subito mi sono chiesta a cosa possa servire un Centro Mobile a Milano, città con una distribuzione capillare di presidi sanitari, alcuni di ottimo livello e alcune eccellenze riconosciute, come, ad esempio, lo IEO (si lo so che non è un ospedale pubblico, ma è per sottolineare che non si tratta di un deserto sanitario).

Mi tengo, però, la perplessità per me. Non ho capito il senso, ve l’ho detto, e in più è un’associazione che stimo, quindi mi metto in attesa, finché l’altro giorno leggo una dichiarazione di Gino Strada su FB che recita: “A Milano […] nei primi 10 giorni sono state assistite circa 250 persone. Cittadini italiani e di altri paesi, che si sono rivolti a Emergency per ragioni diverse, anche solo per avere una iniezione intramuscolare senza dover pagare, in Italia nel 2015″.

E mi sono infuriata.

Ritengo profondamente offensivo che si insinui che questi 250 pazienti siano stati abbandonati dal SSN.

Perché non è vero.

Non ho nessun problema a ripeterlo: NON È VERO.

E vi spiego anche perché: in Italia, nel 2015, nonostante i conti sempre più rossi, le assunzioni bloccate, le risorse ormai quasi esaurite, vengono erogate quotidianamente su tutto il territorio nazionale migliaia di prestazioni gratuite ai cittadini con esenzione E02 (esenzione completa per reddito), sia urgenti, sia ambulatoriali, senza considerare gli interventi chirurgici.

In Italia, nel 2015, le liste d’attesa sono lunghe perché se non assumono, ma i colleghi anziani vanno in pensione o muoiono, significa che noi siamo sempre meno, ma le prestazioni sono sempre di più, perché la popolazione invecchia e i vecchi, sembrerà banale, hanno più malanni dei giovani.

In Italia, nel 2015, se non assumi nuovi medici e infermieri, per quanto tu possa farli lavorare per centinaia di ore l’anno di straordinari senza pagarli, sono comunque troppo pochi e le liste d’attesa si allungano.

In Italia, nel 2015, vi giuro che farebbe piacere anche a noi lavorare in strutture nuove e funzionali, con tutti gli strumenti e i farmaci che ci servono. Saremmo ben felici di avere tempo di visitare i malati con comodo, ma, se le liste d’attesa sono lunghe, in una mattinata, in un ambulatorio qualsiasi ti prenotano 40 pazienti in 5 ore, meno di 10 minuti per paziente.

Altro che 250 in 10 giorni.

250 è un numero irrisorio e simbolico che colpisce chi non conosce i veri numeri di un qualsiasi ospedale.

250 non sposta di niente la disastrosa situazione in cui noi operatori del SSN ci troviamo ormai da anni.

E, se non cambia niente per noi, non cambia nemmeno per i pazienti, perché oltre i 250 ci sono tutti gli altri.

Noi lo sappiamo bene perché da qui dentro non ci siamo mai mossi, abbiamo visto con i nostri occhi sparite i farmaci con brevetto sostituiti da mediocri generici, abbiamo toccato con le nostre mani le garze sempre più sottili, i fili sempre più inaffidabili, che devi dare 4 nodi se vuoi essere sicuro che tengano. Tutto questo mentre le ore di straordinario aumentavano e gli stipendi diminuivano.

È davvero molto offensivo vedere qualcuno che arriva con l’aria di chi dice:” Meno male che siamo arrivati noi a erogare un po’ di servizi gratuiti.”

No, mi dispiace, ma non abbiamo alcun bisogno che ci vengano impartite lezioncine arroganti su quello che è un lavoro che conosciamo perfettamente. In tutte le sue intollerabili e vergognose pieghe.

Perché in quelle pieghe ci siamo noi, con un bisturi e una flebo in mano, che cerchiamo, in ogni modo, ogni giorno,  di resistere, nonostante tutto. Perché anche noi abbiamo giurato di non abbandonare i nostri pazienti, perché anche noi, nel nostro piccolo e senza gloria, qualche vita la salviamo e quando non ci riusciamo, ne alleviamo il dolore.

Se offenderci non era l’intento di Emergency (e io, questo, sinceramente, lo credo) non è così che viene colto, perché, ormai, nell’immaginario collettivo costruito ad arte, noi siamo i cattivi, quelli che, quando non ti ammazzano, nella migliore delle ipotesi non fanno un cazzo, ricchi, strapagati e prepotenti.

Evidentemente siamo stati dichiarati sacrificabili all’unanimità: dai pazienti che hanno un bersaglio su cui sfogare le proprie frustrazioni, dallo stato, che, a furia di tagliare ci fa lavorare ore straordinarie senza compenso e ci limita strumenti e risorse. E ora pure da Emergency.

La cosa che fa più rabbia è che lo scopo finale è sempre uno: politico.

Probabilmente la sanità pubblica verrà rottamata verso una formula privata, se non completa, almeno parziale.

Chi vorrà mantenere una sanità pubblica dovrà avere una voce politica, quindi un ruolo che va acquisito con una campagna di raccolta di consensi, che spesso si basa su slogan e su numeri dal significato ambiguo, tipo 250.

Ciascuno ha le proprie motivazioni, ciascuno ha i propri cattivi, tutti abbiamo le stesse vittime: i pazienti.

Se dovesse arrivare il giorno in cui gli operatori sanitari pubblici verranno usati come sacrificio simbolico per le campagne elettorali, a me può stare anche bene, basta che ci venga usata una cortesia: fatelo in fretta, perché qui stiamo agonizzando da tempo, ormai.

Successivamente mi metterò con attenzione ad osservare come sistemeranno la nostra sanità a dovere, da dove salteranno fuori le risorse per assistere tutti perfettamente, sempre e ovunque.

Noi staremo seduti ad aspettare che ci dicano come comportarci, perchè tanto, noi, da qui non ci siamo mai mossi.

Noi i pazienti non li abbiamo mai abbandonati.

L'autore

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