Virus, batteri, igiene e malattie, facciamo chiarezza. Cosa deve sapere un bravo soccorritore?

Virus, batteri, igiene e malattie, facciamo chiarezza. Cosa deve sapere un bravo soccorritore?

Spesso, soprattutto sul web e sui social media è molto facile leggere, alla stregua della famigerata “bomba d’acqua” meteorologica, termini come pandemia, epidemia, zoonosi, e simili, spesso utilizzati in maniera imprecisa e talvolta molto poco rassicurante. Le righe che seguono si prefiggono di fare luce su termini e definizioni, in maniera tale da “sgombrare un po’ il campo” da possibili (e facili) dubbi.

L’igiene è la scienza che si occupa dello studio della salute, essa ha come obiettivo il mantenimento e la promozione della salute del singolo individuo e della collettività.

Secondo quanto stabilito nel 1948 dalla Conferenza internazionale per la salute, nel preambolo della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è scritto:

La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità.

Secondo la Carta di Ottawa per la Promozione della salute, la salute è una risorsa per la vita quotidiana, non l’obiettivo del vivere. La salute è un concetto positivo che valorizza le risorse personali e sociali, come pure le capacità fisiche.

La malattia è una condizione di disagio fisico, psichico e sociale, che colpisce globalmente un individuo in conseguenza di alterazioni della struttura o della funzionalità di una o più parti dell’organismo, di entità tale da ripercuotersi sull’organismo in generale.

Tutti gli organismi, al variare delle condizioni esterne e interne (stressors) e quindi al fine di rimanere nella ottimale condizione di salute, devono mantenere un complesso equilibrio dinamico definito  omeostasi.
La risposta adattiva dell’organismo, per mantenere l’omeostasi in risposta agli stressors, può essere definita ‘allostasi’, termine che significa “capacità di mantenere la stabilità attraverso il cambiamento”.

Le condizioni che generano uno stato di alterazione o più impropriamente la causa stessa della malattia è definita eziologia.

 L’epidemiologia

 L’epidemiologia studia le modalità di insorgenza, propagazione e persistenza delle malattie nella popolazione.

Nata nel secolo scorso e inizialmente destinata al solo studio delle malattie infettive, attualmente ha allargato il suo campo d’indagine a malattie non infettive che, pur non essendo trasmissibili tra persone, rappresentano oggi la maggior causa di morte (tumori, cardiopatie ischemiche, diabete, ecc.).

Con il termine infezione si intende la penetrazione e la moltiplicazione di un microrganismo patogeno nei tessuti di un essere vivente, mentre per contagio si intende la trasmissione di una malattia da un individuo malato ad uno sano, o nel caso di zoonosi, da un animale all’uomo.

Tra i concetti più utilizzati in epidemiologia, citerò i seguenti:

L’epidemia, che riferita a malattie infettive, indica la comparsa di un elevato numero di casi di una stessa malattia, provocati dal medesimo agente, in un territorio o popolazione circoscritta (es. in una regione, in una scuola, in una città, ecc.)

In generale, l’epidemia indica una situazione anormale che come tale necessita di indagini accurate. Attualmente il termine epidemia viene utilizzato anche per malattie non infettive, soprattutto quando la comparsa di queste supera la frequenza attesa.

L’endemia, che indica la costante permanenza, in un determinato territorio, di una malattia che tende a presentarsi sporadicamente o a piccoli focolai e con una incidenza relativamente uniforme.

Molte malattie infettive “resistono” nella popolazione, colpendo ogni anno un certo numero di soggetti; la presenza costante e continua di un numero limitato di casi di una malattia, caratterizza pertanto quest’ultima come endemica in quel territorio o comunità. Molte malattie infettive endemiche possono dare luogo periodicamente ad epidemie ad andamento stagionale (l’influenza è endemica nel periodo estivo, ma dà luogo ad epidemie nel periodo invernale; si parla in questo caso di andamento endemo-epidemico.

Con il termine sporadicità si identifica quella tipologia di malattie che si manifestano in pochi casi isolati, e non auto alimentati dalla popolazione stessa.

A titolo di esempio, un caso di febbre gialla in Italia è da considerarsi come sporadico, in quanto la malattia non è per noi endemica (la sua diffusione è legata alla presenza di un vettore, la zanzare del genere Aedes).

La pandemia è un’epidemia diffusa in più nazioni contemporaneamente o che successivamente può estendersi anche in interi continenti.

L’epidemia di peste nera (causata dal batterio Yersinia Pestis) del XIV secolo, estesasi dall’Asia all’Europa finanche all’Africa, è un chiaro esempio di pandemia.

La morbosità o quoziente di morbosità (talvolta utilizzato anche come sinonimo di morbilità)  esprime il numero di malati in rapporto alla popolazione. In genere si calcolano i quozienti di morbosità specifici per una determinata malattia, distinguendo il tasso di incidenza e il tasso di prevalenza.

 Il tasso di incidenza è il numero di nuovi casi di malattia che si verificano in una popolazione in un periodo in genere di un anno:

incidenza

prevalenza

È importante conoscere l’incidenza di una malattia infettiva acuta, per valutarne la sua contagiosità; per malattie cronico-degenerative, come le cardiopatie o le malattie metaboliche, è importante anche valutare la prevalenza, ossia numero di malati esistenti in un dato momento, anche perché permette di capire il peso che la malattia ha, in quel momento, sul piano dell’organizzazione socio-sanitaria.

Infine, la mortalità o tasso di mortalità esprime il rapporto tra il numero di morti in una popolazione in un determinato arco temporale e la quantità media di tale popolazione nello stesso periodo.

mortalità

Virus o batterio?

I batteri sono microrganismi unicellulari, costituiti cioè da una sola cellula, simili a cellule vegetali ma privi di clorofilla. Sono procarioti, ossia organismi dotati di un nucleo primordiale, non visibile al microscopio perché privo di membrana nucleare. Le dimensioni dei batteri sono dell’ordine di qualche micron (millesimo di millimetro) di lunghezza (tra 0,4 e 14 micron) e di spessore (tra 0,2 e 1,2 micron). La forma dei batteri può essere: sferica, cilindrica e incurvata. I batteri di forma sferica sono i cocchi, che possiamo ritrovare isolati o raggruppati a due a due (diplococchi), a quattro (tetradi), a “dado” in ottobatteri_2 (sarcine), oppure a catenelle (streptococchi) o a grappoli (stafilococchi). I batteri cilindrici sono detti bacilli e anch’essi possono trovarsi isolati o a gruppi di due (diplobacilli) o a catenelle (streptobacilli) o a palizzata. I batteri ricurvi sono detti vibrioni se hanno una sola curva, spirilli se hanno più curve sinuose e spirochete se hanno forma elicoidale (molte curve ristrette). Alcuni batteri, in condizioni di carenze nutritive o difficoltà ambientali legate a temperatura, alterazione del PH, ecc., possono divenire sporigeni. La spora rappresenta una forma di resistenza del batterio; quando le condizioni ambientali tornano idonee il batterio torna in forma vegetativa. Chiaro esempio di batterio sporigeno è il Clostridium tetani, agente del tetano. Altri tipi di batteri sono invece definiti tussigeni, cioè sono in grado di liberare sostanze chiamate tossine, che sono sostanze ad azione dannosa per l’organismo ospite: possono essere endotossine (integrate nella parete cellulare) o esotossine (sintetizzate ed esocitate, vanno in circolo e colpiscono un organo bersaglio). Esempio di batterio tussigeno è il Clostridium botulinum, agente del botulismo.

I virus sono destruttura-e-fotografia-del-batteriofago-t2lle particelle ultramicroscopiche, che non sono in grado di riprodursi autonomamente perché non hanno un’organizzazione cellulare, essendo privi di strutture importanti per le attività metaboliche, come i ribosomio gli organuli per la produzione di energia (i mesosomi dei batteri e i mitocondri delle cellule animali). Sono costituiti solamente da una molecola di un acido nucleico (DNA o RNA) racchiusa da un involucro proteico (detto capside). I virus possono riprodursi solo all’interno di cellule di altri organismi, utilizzando ai propri fini (costruzione di nuove particelle virali) le strutture di queste cellule: sono perciò dei parassiti intracellulari obbligati. I virus sono più piccoli dei batteri e l’unità di misura più adatta per queste particelle è il nanometro (nm) o millimicron (mμ), che è la millesima parte del micron. Il loro diametro varia dai 20 ai 2-300 nm. Sono perciò visibili solo al microscopio elettronico (in figura struttura del virus batteriofago T2).

Altri agenti in grado di generare malattie sono i parassiti, che appartengono al regno animale, sono microrganismi che vivono sulla superficie o all’interno di un altro organismo vivente, traendone i mezzi necessari alla propria sopravvivenza e danneggiandolo. Sono classificabili come di seguito:

  • Protozoi (eucarioti unicellulari), sono responsabili di malattie quali la malaria, la giardiasi, la toxoplasmosi, ecc.;
  • Vermi o elminti (eucarioti pluricellulari), sono responsabili di malattie quali la teniasi, la trichinellosi, la strongiloidosi, ecc.;
  • Artropodi (eucarioti pluricellulari), sono responsabili di alcune patologie quali scabbia, pulicosi, dermatiti, ecc.

Altri agenti patogeni per l’uomo sono i prioni, agenti patogeni di natura proteica e con elevata capacità moltiplicativa, responsabili delle encefalopatie spongiformi trasmissibili con esito fatale nell’uomo (malattia di Creutzfeldt-Jakob, ecc.) e negli animali (scrapie della pecora e capra, encefalopatia spongiforme bovina o BSE). Il termine, che deriva dall’inglese prion, acronimo diproteinaceus infectious only particle, è stato coniato per sottolineare l’ipotesi che l’agente infettivo sia composto soltanto da proteine, senza la presenza di acidi nucleici. Esso è presente in due forme: il prione con struttura normale e quello con struttura errata, responsabile della malattia (trasformazione del prione).

A sinistra, prione normale; a destra prione con struttura alterata

Le vie di trasmissione delle malattie

La trasmissione delle malattie infettive avviene in due modi:

  • per trasmissione diretta;
  • per trasmissione indiretta.

La trasmissione diretta avviene mediante il passaggio diretto dalla fonte di infezione al soggetto predisposto, pertanto vi deve essere un contatto tra fonte di infezione e l’individuo. Questa è la modalità tipica delle malattie sessualmente trasmesse (HIV, HPV, Candida Albicans, ecc.) oppure tutte quelle malattie a trasmissione materno-fetale (le cosiddette malattie a trasmissione verticale). Alcune malattie a trasmissione prevalentemente indiretta possono talvolta essere trasmesse per via diretta (tipico è il caso del virus di Epstein-Barr, responsabile della mononucleosi infettiva, trasmissibile con la saliva).

Nella trasmissione indiretta i germi patogeni vengono liberati nell’ambiente esterno e qui trovano degli efficaci “mezzi di trasporto” con il quale possono poi raggiungere il soggetto predisposto. In base alla loro natura, questi “mezzi di trasporto” per gli agenti patogeni possono essere classificati in:

  • veicoli: i mezzi di trasporto inanimati;
  • vettori: sono mezzi di trasporto animati, ossia organismi viventi.

Tra i veicoli sono distinguibili tre tipologie: i veicoli inerti (ad esempio l’acqua, un fazzoletto di carta, la biancheria, ecc.); i veicoli favorenti, cioè quelli che favoriscono la riproduzione degli agenti patogeni (latte, uova, alimenti, sangue, ecc.) e infine i veicoli ostacolanti (ad esempio gli alimenti acidi, il vino, ma talvolta anche l’aria per diluizione).

Tra i  vettori possiamo invece annoverare due tipologie: i vettori passivi, che non partecipano a processi riproduttivi dei microrganismi (la mosca che trasporta l’agente sulle zampe, ad esempio) e i vettori attivi, che al contrario favoriscono la moltiplicazione degli agenti favorendone la riproduzione (un esempio molto chiaro è dato dalla pulce del ratto, all’interno della quale il batterio Yersinia Pestis si riproduce e quindi aumenta la propria carica batterica, o dal plasmodio della malaria il cui ciclo biologico inizia nella zanzara del genereAnopheles).

Fattori predisponenti alle malattie infettive

I fattori predisponenti le malattie infettive sono essere così raggruppati:

  • fattori relativi al germe;
  • fattori relativi all’ambiente;
  • fattori relativi all’individuo.

Per semplicità tratteremo principalmente i fattori legati al germe, che sono i seguenti:

La patogenicità, che è la capacità di una specie microbica di dare malattia in una determinata specie animale; gran parte dei microbi sono specie-specifici, ossia provocano infezioni solo in una specie animale.

In generale, un essere umano può essere infettato solo per germi patogeni per la specie umana, mentre i microrganismi patogeni per gli animali (ad esempio il virus del cimurro) non infettano l’uomo. Ricordiamo però che le antropo-zoonosi come la rabbia, si trasmettono dagli animali all’uomo.

La virulenza è il grado di patogenicità, ossia l’indice dell’aggressività in particolare cerco appartenenti ad una specie batterica o virale patogena legata la capacità di riprodursi e di diffondere nell’organismo determinando così disturbi più o meno gravi.

Più il germe virulento più gravi saranno i disturbi che esso sarà in grado di dare.

La carica microbica (batterica, virale, ecc.), è la quantità di germi che penetra all’interno dell’organismo dell’infezione.

Maggiore è la carica, più grave sarà la malattia, o quantomeno, più facile sarà la sua comparsa.

Siero o vaccino?

É innanzitutto opportuno fare una dovuta precisazione sull’importanza della profilassi. Ai fini del contrasto delle malattie infettive, oltre agli interventi sulle fonti di infezione e sulle vie di trasmissione (veicoli e vettori, in particolare), è necessario un importante intervento sull’individuo sano ma eventualmente sensibile alla malattia. Questi interventi sono particolarmente specifici, ossia mirati contro singole malattie, per cui si parla di profilassi diretta specifica. Questa comprende essenzialmente due possibili azioni: la immunoprofilassi(siero e vaccino) e la chemioprofilassi (farmaci). Sull’immunoprofilassi, argomento particolarmente gradito dalle masse, è opportuno spendere qualche parola. La stessa comprende:

  • La vaccinoprofilassi o immunoprofilassi attiva;
  • La sieroprofilassi o immunoprofilassi passiva.

In entrambi i casi si realizza una immunità di tipo artificiale. Nellavaccinoprofilassi si cerca di ottenere una immunità attiva: la somministrazione del vaccino composto da antigeni stimola la produzione di anticorpi da parte del sistema immunitario. Tale immunità è di norma di medio-lunga durata (mesi o anni) e diviene attiva dopo 15-20 giorni, necessari al sistema immunitario umano per la generazione degli anticorpi (è il caso, ad esempio, del vaccino antidiftotetanico). Nella sieroprofilassi, al contrario, si ottiene una immunità passiva: il preparato somministrato contiene anticorpi (immunoglobuline umane), che vengono somministrati già pronti all’uso. Tale tipo di immunità è di breve durata (3-6 settimane) e ha un’azione piuttosto rapida, è infatti indicata quando vi è un rischio immediato di contagio (ad esempio nel caso di sospetta infezione botulinica somministrando il relativo siero antibotulinico).


Per approfondimenti:

WHO – World Health Organization

S.IT.I – Società Italiana di Igiene

Ministero della Salute – centro per il controllo e la prevenzione delle malattie

Istituto Superiore di sanità – Epicentro

FNOMCeO – documento sui vaccini 2016


L'autore

Articoli correlati

Rispondi

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

SEI UN LETTORE?

registrati-ora

SEI UN’AZIENDA?

diventa-partner

X