Catastrofi e calamità: assistenza infermieristica domiciliare

Catastrofi e calamità: assistenza infermieristica domiciliare

Assistenza infermieristica domiciliare in occasioni di catastrofi e calamità

L’esperienza nella Protezione Civile in occasione di alcuni recenti calamità naturali.

Quando dopo una sciagura, un terremoto, una inondazione, una calamità naturale occorre intervenire al domicilio del paziente, la pratica assistenziale e l’esperienza fanno la differenza. Ecco perché non sono necessari solo gli Infermieri dell’Emergenza/Urgenza, ma anche gli Infermieri dell’Assistenza Domiciliare. Spieghiamo il perché di questa affermazione analizzando due esempi concreti di intervento.

In situazioni di emergenza o durante una catastrofe naturale (per esempio un terremoto, un’alluvione, una frana, un’abbondante nevicata) si pensa, dal punto di vista sanitario, all’intervento delle ambulanze, dei pronto soccorso (spesso con campi e triage istituiti sul posto) e delle rianimazioni; per la nostra categoria l’immaginario collettivo fa riferimento all’Infermiere di area critica.

Da operatore di protezione civile prima e da infermiere dopo, ho partecipato a diverse operazioni d’assistenza in emergenza e tutte ti lasciano un segno; quella su cui ho continuato a riflettere tanto, anche dopo diverso tempo, è stata l’emergenza per il sisma in Abruzzo.

Correva l’anno 2009; era il 6 aprile e l’orologio segnava le ore 3:32; immaginate il contesto: mura crollate, tantissime abitazioni distrutte o non utilizzabili, strade bloccate, ospedale principalmente fuori uso. Tutti i servizi erano in tilt, non intendo solo luce, acqua, gas. Erano fuori uso i sistemi bancari, le Poste, i negozi di prima necessità alimentare, la municipalità, ma soprattutto i servizi sanitari: il centro di salute mentale, i poliambulatori, le vaccinazioni, il punto prelievi, le cure domiciliari, tutto il distretto chiuso per inagibilità.

Pensate poi che tra le abitazioni crollate c’erano anche quelle di infermieri e medici, vittime di un dramma. Immaginate di svegliarti stanotte alle 3, scappare in pigiama, riuscire a salvarvi la vita, e dopo qualche minuto veder scomparire nel nulla casa tua, i tuoi ricordi, la tua vita, i tuoi vestiti, gli accessori, il tuo telefono, le tue fotografie; tutta l’esistenza sterminata in un crollo. La terra continuava a tremare; difficile mettersi in salvo ed essere operativi per il tuo turno di lavoro.

I turni e l’assistenza nei reparti rimasti agibili hanno subito ovviamente una rivoluzione: non era possibile pensare di garantire le attività dei poliambulatori. E poi chi tra la popolazione pensava a presentarsi dopo un terremoto del genere in ambulatorio? Un’intera città e il suo comprensorio paralizzati.
Nel giro di pochissime ore arrivarono gli aiuti dalle province vicine e subito dopo i volontari di tutta Italia, che iniziarono a scavare, a soccorrere e per prima cosa a salvare più vite possibili.

Dal punto di vista assistenziale, l’Infermiere dell’emergenza, è indubbiamente il protagonista maggiore di tutto.

Al mio arrivo a L’Aquila sono stato smistato al campo base Acquasanta (Anpas), in emergenza, 118 e Posto Medico Avanzato (Pma). Incredibile esperienza. Si trattava di una tendopoli realizzata nel campo da rugby che ospitava più di 1000 persone. C’erano bambini, commercianti, insegnanti, operai, impiegati, poliziotti, anziani.

Terminate le prime ore di vera emergenza/urgenza, bisognava però occuparsi del resto! Ti trovavi in un campo con decine di tende; da infermiere è come se avessi un ospedale nuovo con diversi reparti e sei al tuo primo giorno.

L’essenziale era partire con un censimento tenda per tenda e oltre, nel tentativo di avere una panoramica generale: abbiamo raccoltole richieste, dall’iperteso che voleva misurare la pressione al ferito che aveva bisogno della medicazione, passando per il diabetico che non aveva presidi per misurare la glicemia o peggio ancora non aveva l’insulina.

Ma c’era anche chi veniva seguito dalle cure domiciliari, il cardiopatico che doveva fare l’Inr per dosare il Coumadin, il cateterizzato che necessitava del cambio CV o della sacca di raccolta delle urine, lo stomizzato che non aveva le placche, l’anziano che aveva bisogno della nutrizione enterale; chi stava peggio era il portatore di lesioni cutanee.

L’assistenza territoriale non era operativa e non lo sarebbe stata per settimane; tutte situazioni che potevano degenerare nel giro di poco tempo. Tutti andavano trattati e presi in carico per evitare di centralizzarli in ospedale e aumentare così la già pesante congestione venutasi a creare per l’emergenza.

Fase post-critica: a pochi giorni dalla terribile scossa tutto era come prima; le tende sono rimaste operative per tantissime settimane ancora; l’Infermiere dell’emergenza lasciava il posto alla parte al collega delle cure domiciliari!

Un’altra esperienza con un vissuto completamente diverso, ma con contenuto simile è stata quella della nevicata del 2012. Una copiosa precipitazione si è riversata nella provincia di Pesaro-Urbino; il personale del servizio di cure domiciliari, dove attualmente sono in servizio, era decimato dall’impossibilità di raggiungere il luogo di lavoro, con i mezzi bloccati e la necessità comunque di raggiungere i pazienti più urgenti.

Abitavo a pochi passi dall’Assistenza domiciliare; mi sono diretto a piedi, ho iniziato il servizio e con qualche collega abbiamo deciso di iniziare il nostro lavoro garantendo però solo le urgenze e unicamente nei posti raggiungibili con le auto aziendali.

Le strade erano ghiacciate; eravamo vicini al mare e nei posti di villeggiatura la gente non è abituata né attrezzata per muoversi in condizioni d’emergenza; le richieste d’aiuto erano tante e il sistema dei soccorsi andò presto in tilt.

Come servizio, anche l’Assistenza Domiciliare Integrata può fare poco senza potersi muovere; in queste occasioni ci si avvale del Centro Operativo Misto (Com) e/o del Centro Operativo Comunale (Coc) che inviano un mezzo 4×4 (Protezione Civile, forze dell’ordine o altro) per intervenire in base alla pianificazione delle prestazioni delle cure a domicilio poco o non differibili (esempio il cambio di un catetere vescicale non funzionante), o in caso di necessità su codici minori del 118.

Anche in questa emergenza, il ruolo del personale delle cure domiciliari è stato utile.

Concludo con una mia riflessione: penso soprattutto a L’Aquila e credo fermamente che il nostro sistema di protezione civile sia stato impeccabile ed eccellente e a distanza di tempo ho capito che la figura particolare dell’infermiere di emergenza/area critica è indispensabile nelle primissime ore, dopo però, è senza dubbio necessario il supporto della figura specializzata in cure domiciliari per pianificare e prendere in carico l’attività assistenziale, quindi perché non prevedere l’inserimento di Infermieri esperti in Assistenza Domiciliare nelle attività di protezione civile? Vorrei anche ricordare che il piano di inserimento di un Infermiere in questo ambito è di sei mesi, proprio come tutte le unità operative ad alta specializzazione.

Pensiamo ad un evento calamitoso e pensiamo alle ambulanze, ma la realtà è che tutto si ferma e a distanza di qualche ora non è più necessaria solo l’ambulanza ma anche attivare quella serie di servizi per evitare che nell’emergenza ci siano altre emergenze.

Penso che nella macchina del soccorso sia necessario investire qualche risorsa in più sul ruolo del distretto sanitario e dell’Infermiere appunto delle cure domiciliari.

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