Cosa dimostra la sentenza sul terremoto di L’Aquila?

Cosa dimostra la sentenza sul terremoto di L’Aquila?

Il ribaltamento della sentenza sui tecnici che rassicurarono la popolazione fa capire due cose: uno studioso non può essere colpevole di un evento naturale, mentre un cattivo costruttore, che fa speculazione edilizia, è responsabile di ciò che costruisce (soprattutto se non rispetta le norme antisismiche)

E’ ancora fresca la sentenza di Appello sul processo ai responsabili della Commissione Grandi Rischi, che ha ribaltato per 6 imputati su 7 il precedente pronunciamento di condanna, dando l’assoluzione piena per i capi di imputazione contestati.
Ci sono stati tanti commenti su questo pronunciamento, molti dei quali contenevano la parola “Vergogna”. Prima di tutto bisogna ricordare che il terremoto dell’Aquila ha visto decine di indagini e tre processi distinti, due dei quali si sono conclusi con pesanti condanne per i costruttori che hanno realizzato la casa dello Studente e la Facoltà di Ingegneria. In secondo luogo bisogna ricordare, come ha detto a Repubblica Enzo Boschi, ex presidente INGV, che un conto è il ruolo dei tecnici, un conto è il ruolo della Protezione Civile, che deve decidere chi e come allertare la popolazione in caso di rischi. Infine, ma ormai pare ridondante ricordarlo, come dice Boschi non è possibile prevedere i terremoti.

Per affrontare al meglio l’argomento ci vogliamo appoggiare al post di Marco Mucciarelli, del blog “Terremoti, sismologia ed altre sciocchezze“.

Ci vorranno alcuni mesi prima di poter leggere le motivazioni della sentenza che oggi ha modificato le condanne inflitte in primo grado ai membri della Commissione Grandi Rischi ed ad altri esperti presenti alla riunione all’Aquila pochi giorni prima del terremoto del 2009.
In attesa di conoscere in dettaglio cosa ha convinto i giudici ad assolvere 6 imputati su 7, si possono comunque fare alcune considerazioni.
La sentenza di primo grado ipotizzava un accordo tra tutti i partecipanti per un esito concordato della riunione verso una “rassicurazione” della popolazione che avrebbe costituito la causa di numerosi decessi di persone che avrebbero abbandonato il loro atteggiamento prudenziale nei confronti degli eventi sismici, ravvisando anche una comune causa “antropologica” nei comportamenti dei cittadini.
La sentenza di appello stabilisce differenze sia di ruolo tra gli imputati che di comportamento delle vittime. Viene condannato infatti il solo ex vice capo dipartimento della Protezione Civile, stabilendo così una distinzione tra esperti di rischio sismico e comunicatori del rischio stesso, e la condanna riguarda un reato che avrebbe causato solo parte delle vittime.
Ribadendo che è necessario aspettare le motivazioni della sentenza e la decisione della Procura dell’Aquila circa il rinvio a giudizio del Capo Dipartimento che non era tra gli imputati, si possono comunque smentire tutti coloro che in queste ore lamentano che con questa sentenza le morti a L’Aquila non avrebbero più alcun responsabile. Questo non è vero, perché con molto meno interesse dei media e della rete si sono celebrati diversi processi a progettisti e costruttori mentre altri sono ancora in corso. Ricordiamo che per il crollo della Casa dello Studente ci sono state quattro condanne, per il crollo della Facoltà di Ingegneria dell’Università dell’Aquila due condanne e per i crolli degli edifici privati di via Francesco Rossi e via Sturzo altre due condanne.
Si è così stabilito che il principale nesso causale con la morte delle vittime erano i crolli dovuti alla cattiva qualità di progetti, costruzioni e ristrutturazioni, verità ovvia e scomoda, poco assolutoria per i molti che avrebbero dovuto vigilare, che hanno speculato o che semplicemente si erano disinteressati del problema sismico pur vivendo in una città con una elevata pericolosità sismica.

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