“Il 118 deve essere internalizzato”. La situazione sindacale al caos delle ambulanze

“Il 118 deve essere internalizzato”. La situazione sindacale al caos delle ambulanze

LECCE – Documenti, atti, contratti, bilanci e bandi di gara. Un faldone “pesante” quello passato al setaccio dalle Fiamme gialle che, su disposizione del pm Antonio De Donno, hanno rivoltato gli uffici generali dell’azienda sanitaria locale e le sedi delle associazioni che gestiscono il 118. Un polverone giudiziario si è alzato, ancora una volta, sull’intera gestione del servizio di emergenza-urgenza in provincia di Lecce, a poche ore dall’insediamento del commissario straordinario Giovanni Gorgoni, alle prese con una bella gatta da pelare.

L’ipotesi di reato è quella di truffa aggravata. E siamo alle prime battute di un’inchiesta che mira a far luce, verosimilmente, sulle numerose incongruenze legate all’organizzazione di un servizio di trasporto e soccorso primario che si affida a ditte esterne e associazioni di volontariato convenzionate con la Asl. Tra le altre, le associazioni Lecce Soccorso, Emergenza Salento, Uer, Ser, Vivi Bene, Gruppo Rambo ed Ikebana che gestiscono diverse postazioni dislocate su tutto il territorio.

La questione è balzata nuovamente agli onori delle cronache ed i precedenti, fatti di denunce presentate alla Procura di Lecce e voci di corridoio, non mancano e contribuiscono a complicare il quadro del 118. All’origine del caos, a detta di Usb, vi furono le prime testimonianze rese in tribunale da tre lavoratori dell’associazione Emergenza Salento, licenziati nel 2012 e mai più reintegrati.

In quella circostanza il sindacato ricorda di aver coinvolto direttamente la direzione generale della Asl cui chiese spiegazioni in merito al contributo che la ditta continuava a percepire, nonostante i licenziamenti dei 4 dipendenti a tempo indeterminato. “Mi resi personalmente conto di come la Asl di Lecce avesse corrisposto ad Emergenza Salento, così come alle altre associazioni che gestiscono le postazioni 118 del Nord Salento, l’importo di 22mila e 600 euro: ossia lo stesso importo precedente, nonostante il licenziamento delle 4 unità”, spiega il referente Gianni Palazzo.

Una differenza non da poco, considerando che il costo per i contribuenti varia a seconda della composizione degli organici: l’associazione può ottenere dalla Asl fino a 13 mila euro al mese (comprensivi di rimborso per la benzina) se si avvale di soccorritori volontari, muniti dell’attestato di formazione regionale, e fino a 23 mila euro al mese se ha provveduto ad assumere 4 persone con regolare contratto a tempo indeterminato. In altre parole, la prestazione di un soccorritore volontario, retribuito mediante un rimborso spese, non dovrebbe essere equiparata a quella di un collega dipendente a tutti gli effetti. Ma il confine tra le due professioni, nel corso del tempo, è risultato piuttosto labile, considerato che alcuni volontari hanno dichiarato di riuscire a racimolare una somma pari a mille euro mensili.

L’intera rete del volontariato è stata messa sotto accusa perché avrebbe garantito la possibilità di arrotondare lo stipendio, mediante un secondo lavoro “ a nero” che non prevede contributi, ferie e malattie. Non sono mancati neppure i casi di soccorritori della Asl che, dismessi i panni di dipendenti pubblici, salivano sulle ambulanze convenzionate per coprire altri turni, al soldo dei privati. Una prassi che l’ex direttore generale della Asl, Valdo Mellone, decise di recidere immediatamente, configurando la possibilità di un immediato licenziamento.

Una prassi poco chiara, dunque, che metterebbe a rischio soprattutto il diritto alla salute dei pazienti che su quelle ambulanze ci salgono. In che modo? E’ presto detto: “Il volontario potrebbe svolgere un altro lavoro nella restante parte della sua giornata, che sia nel pubblico impiego o meno. Non sappiamo quale carico di stanchezza si porti già dietro e questa condizione può nuocere alle attività di soccorso”, chiosa Gianni Palazzo. Ecco spiegata la necessità di “impiegare operatori che si possano dedicare esclusivamente alle attività di trasporto e soccorso, con regolari turni di lavoro”.

Dal caos alla richiesta di internalizzazione del servizio il passo appare breve. E la possibilità di far rientrare il 118 tra le mansioni della società in house Sanitaservice, sottraendole a questa gestione “ambigua” di associazioni e onlus, ritorna più attuale che mai.

Nel febbraio del 2013 la Asl ci aveva già provato: pronta la delibera che prevedeva, finalmente, l’assunzione diretta dei 46 operatori del servizio emergenza-urgenza su cinque postazioni gestite dalle società esterne Meleleo ed Ikebana. Ma l’operazione fallì per un soffio, a causa delle rivendicazioni sollevate dai colleghi delle associazioni di volontariato che convinsero l’ex assessore alla Salute Ettore Attolini a bloccare il percorso di internalizzazione.

Da quel momento in poi non se n’è saputo più nulla, nonostante la richiesta di convocare un apposito tavolo presso l’assessorato regionale. “Noi insistiamo nell’idea che un servizio così importante, come quello del 118, debba essere svolto da professionisti contrattualizzati: l’unica soluzione è quella di internalizzare tutte le postazioni che operano in provincia di Lecce, e la Regione dovrebbe farsi carico di finanziare questo percorso stanziando una somma idonea”, conclude Palazzo.

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