Immigrazione, sgomberi, sicurezza, terrorismo? Cosa è successo a Roma e perché è stato usato un idrante

Immigrazione, sgomberi, sicurezza, terrorismo? Cosa è successo a Roma e perché è stato usato un idrante

Il metodo repressivo mostrato nello sgombero di 100 su 600 extra-comunitari (principalmente cittadini di nazionalità eritrea) mette in evidenza e mischia insieme posizioni diverse, ma sempre e soltanto estreme: chi accusa la Polizia di Stato di comportamento brutale, chi accusa i generici “buonisti” di difendere persone che si sono organizzate per non dare corso alla legalità. Cerchiamo di andare con ordine ed equidistanza al nocciolo del problema: la gestione dell’accoglienza.

Embed from Getty ImagesROMA – C’erano circa 100 extra-comunitari ieri, davanti al palazzo di via Curtatone a Roma, durante lo sgombero ordinato dalla Prefettura della Capitale. Lo stabile – in situazione pericolosa da anni – era occupato abusivamente dal 2013 da circa 600 persone. La maggior parte delle persone sgomberate – le attività sono iniziate da qualche giorno – sono state indirizzate verso strutture private pagate dal fondo Omega, proprietario dell’immobile (LEGGI QUI).  Il palazzo – vincolato dai Beni Culturali – è la  ex sede della Federconsorzi,  fallito negli anni novanta in quello che è stato definito – da più parti – il più grande caso di malaffare italiano (LEGGI QUI). Nello stabile erano rimasti poco più di un centinaio di persone. Dopo una serie di complesse trattative e di tentativi di sistemare i rifugiati con status approvato, ancora presenti in zona, sono rimaste a protestare davanti allo stabile circa 100 persone. A quel punto la tensione fra cittadini e Forze dell’Ordine è esplosa con lanci di bottiglie e bastoni e una risposta durissima da parte della Polizia di Stato, con l’utilizzo anche di un idrante. Sono diverse le foto che mostrano la presenza di bombole di gas in bilico sui balconi, una potenziale minaccia piuttosto chiara per l’incolumità di tutti, non solo dei poliziotti.

Come riporta Formiche.it: “Il palazzo di via Curtatone, 32mila metri quadrati, era occupato da circa 600 persone dal 2013 e nel 2015 il Tribunale di Roma lo aveva sottoposto a sequestro preventivo proprio a causa dell’occupazione abusiva. Nello stesso anno i Vigili del fuoco avevano segnalato l’enorme rischio di incendi vista la presenza di numerose bombole per il gas e l’assenza di estintori: sono stati questi i motivi che il 3 agosto hanno fatto decidere lo sgombero al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza. Inoltre vi abitavano soggetti già coinvolti in un’inchiesta sul traffico di esseri umani e vi si svolgevano loschi traffici. Purtroppo, però, vi dormivano anche persone non pericolose come alcune badanti o un’eritrea di 73 anni in Italia da 40 e che vi abitava da pochi mesi perché evidentemente senza alternative. Subito dopo lo sgombero del 19 agosto le situazioni più delicate (anziani, disabili, minori) sono state prese in carico dai servizi sociali e le persone ospitate in alloggi pagati dalla proprietà del palazzo.”

Lo scontro in piazza ha causato pochi feriti e pochi contusi. La Polizia ha risposto con l’uso degli idranti proprio per cercare di ridurre il contatto fisico violento e permettere di effettuare uno sgombero senza rischiare di incappare in situazioni “trappola”. La grande presenza di coperte e di oggetti nascosti per terra erano una potenziale minaccia in grado di ferire gli agenti. Quando la Polizia di Stato interviene in operazioni di ordine pubblico è scontato che si scateni un dibattito. E’ chiaro che ci sono situazioni umanitarie che non possono prevedere l’uso della violenza. Ma è altrettanto palese che le situazioni di legalità non possono essere violate senza che lo Stato cerchi di far ristabilire il normale corso delle regole. E’ stata contestata – in particolare da Caritas Roma – l’assenza totale di una programmazione per la’ccoglimento e l’alloggiamento degli sfollati. Non è presente a Roma neppure un tavolo di monitoraggio delle occupazioni, che vengono gestite solo da Forze dell’Ordine su input della Magistratura. Embed from Getty Images

In una situazione così complessa e poco coordinata, è fondamentale cercare di capire tramite l’analisi di chi ha vissuto più a lungo e più a contatto con le realtà del territorio cosa è realmente successo negli ultimi mesi, cosa è previsto succeda da oggi in avanti e cosa e quali sono i canali che sono intervenuti affinché si generasse una situazione simile.

Una fonte affidabile, specifica e valida, in questo caso, è L’INTERNAZIONALE. Come sempre in queste situazioni, l’unico sistema per farsi un’idea è quello di aumentare il più possibile i canali di informazione.

 

L’assessora ai servizi sociali di Roma, Laura Baldassarre, non è stata raggiungibile al telefono per tutta la mattina. La prefetta Paola Basilione ha convocato una riunione d’emergenza in prefettura.

Dopo una lunga negoziazione, la sala operativa sociale del comune di Roma ha proposto agli sgomberati 80 posti in un centro d’accoglienza del servizio Sprar a Torre Maura e un’altra ottantina di posti a Rieti per sei mesi, messi a disposizione dalla proprietà dell’edificio di via Curtatone. Le organizzazioni non governative, le associazioni e alcuni sacerdoti hanno fatto da mediatori, ma gli eritrei di piazza Indipendenza hanno rifiutato la proposta. C’è da considerare che molti degli occupanti non possono comunque beneficiare dei posti nei centri Sprar perché hanno ottenuto l’asilo da più di sei mesi.

Per sistemare tutte le famiglie dell’edificio sgomberato, inoltre, sarebbero necessari almeno altri trecento posti. Infine chi ha figli piccoli teme che un trasferimento possa impedire il regolare rientro a scuola dei minori tra qualche settimana. La verità è che la resistenza degli occupanti eritrei nessuno se l’aspettava.

 Il caso dell’agente che minaccia violenza

“Questi devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio”. Sono queste le chiare parole che ha pronunciato un agente della Polizia di Stato prima dello sgombero, finite riprese in un video e circolate nel web. Ma a spiegare che la Polizia di Stato non è questa singola frase, è il suo numero uno Franco Gabrielli.

“La frase pronunciata in piazza è grave, quindi avrà delle conseguenze. Abbiamo avviato le nostre procedure interne e non si faranno sconti. Questo deve essere chiaro. Ma ritengo altrettanto grave che l’idrante e le frasi improvvide pronunciate durate la carica diventino una foglia di fico”. Franco Gabrielli ne ha parlato a Repubblica, e ha spiegato che secondo la sua visione dei fatti, gli scontri si potevano evitare con attività fatte prima. “La gravità di quello che è successo in piazza non può diventare un alibi per coprire altre responsabilità, altrettanto gravi. E non della Polizia”, ma “di chi ha consentito a un’umanità varia di vivere in condizioni sub-umane nel centro della capitale. E dunque che si arrivasse a quello che abbiamo visto oggi”.

“Due anni fa, da prefetto di Roma, insieme all’allora commissario straordinario Tronca avevamo stabilito una road map per trovare soluzioni alle occupazioni abusive. E questo perché il tema delle occupazioni non si risolve con gli sgomberi ma trovando soluzioni alternative”, racconta Gabrielli. “Non ho più avuto contezza di cosa sia accaduto di quel lavoro fatto insieme a Tronca. Era previsto da un delibera un impegno di spesa di oltre 130 milioni per implementare quelle soluzioni alle occupazioni abusive. Qualcuno sa dirmi che fine ha fatto quel lavoro, e se e come sono stati impegnati quei fondi?”.

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