Lombosciatalgie e soccorso. Buone pratiche di movimentazione e nuove tecnologie

Lombosciatalgie e soccorso. Buone pratiche di movimentazione e nuove tecnologie

Di: Daniele Cereda, Responsabile Formazione For.Em. EFR Instructor BLSD/PTC/CFC

Questo articolo vuole essere il primo di una serie dedicata ad un aspetto del soccorso che molte volte,forse troppe,viene sottovalutata da chi,soprattutto,gestisce enti di soccorso:l’investimento in nuovi materiali e tecnologie per i proprio mezzi.

Premessa doverosa:in questi articoli eviterò appositamente di citare produttori in maniera specifica,questo per evitare che si archivi lo scritto come la solita propaganda del gadget tecnologico visto all’ultima fiera espositiva del settore.

Come da titolo vorrei concentrarmi ,in questo caso,sulle lombosciatalgie ,patologie in cui possono incorrere i soccorritori durante l’espletamento del servizio.

Partiamo con l’inquadrare la patologia:le lombosciatalgie attualmente risultano essere (dati INPS)tra le prime cause di richiesta di parziale non idoneità al lavoro per quelle categorie particolarmente esposte al problema.

Ma come si inquadra questa patologia?

La lombosciatalgia può essere causata da uno strappo muscolare a livello dei muscoli paravertebrali, da una contrattura muscolare, da una protrusione, da un’ernia del disco che può comprimere una radice nervosa, da una compressione radicolare per schiacciamento del disco intervertebrale. Può essere, inoltre, dovuta ad un singolo ed intenso sforzo fisico o a ripetuti sforzi fisici.

 

Quest’ultimo caso direi che è quello che maggiormente interessa il soccorritore medio,sia esso volontario o dipendente,sia che si stia operando in uno scenario di emergenza,sia che ci si stia limitando ad un un trasporto secondario.

Durante i corsi di formazione per soccorritori,personalmente,durante l’esecuzione di skill-lab,punto molto sull’aspetto della movimentazione del carico,facendo provare ai discenti quanto possa variare ,in termini di “salute” della schiena,l’alzare una barella usando le gambe piuttosto che facendo il classico strappo a gambe tese e caricando di conseguenza tutto il rachide.

Sono anche ben conscio che poi nella realtà operativa poco resterà delle parole dette a lezione e le povere schiene verranno messe sotto sforzo in ogni modo possibile e immaginabile.

                                                                               

 

Quindi,che fare per ovviare a giorni di immobilità post-turno?

Per poter contrastare l’insorgenza di eventi acuti durante l’espletamento di un servizio possiamo tutelarci in due modi:

-adottando le precauzioni durante la movimentazione dei carichi

-utilizzare ausili idonei per minimizzare il rischio.

 

Per quanto concerne il primo punto dovrebbe essere  cura del datore di lavoro l’organizzazione di corsi e incontri volti a sensibilizzare il dipendente sull’atteggiamento idoneo da tenere di fronte a carichi da movimentare,nel nostro caso pazienti da spostare: viste le ultime normative in merito si può dire che tali corsi andrebbero proposti anche per i volontari che vengono ,di fatto,assimilati al dipendente agli occhi della 81/08.(nello specifico il punto che interessa è il Titolo VI,art. 167 comma 2,relativo alla “movimentazione dei carichi”).

Il secondo punto,invece,è quello che maggiormente mi interessa sottolineare e prendere in esame.

La tecnologia ,nell’ambito dei presidi utilizzati nell’extraospedaliero ,ha subito radicali modifiche negli ultimi 10 anni,vedendo l’arrivo sui mercati di sempre maggiori prodotti volti all’aiuto del soccorritore nella movimentazione dei pazienti.

Tralasciando quegli ausili tipici di strutture protette,il nostro interesse è rivolto a barelle autocaricanti e sedie-portantine(o cardiopatiche che dir si voglia).

Se dovessi fare un excursus sull’evoluzione di questi presidi si potrebbe dire che dagli anni 90,fin verso i primi anni 2000 non si erano viste grosse novità nel settore:le autocaricanti erano già ampiamente presenti(e quasi tutti se ne erano dotati),con particolarità di sicurezza più o meno marcate,stesso dicasi per le sedie(anche se con minore diffusione,ancora nel 1994 ho fatto a tempo a lavorare due/tre anni senza la sedia a bordo dei mezzi ,aiutandomi con il classico sistema di reperire solide sedie da cucina a casa dei pazienti).

Dopo gli anni 2000 si iniziano a vedere sul mercato i primi prodotti automatizzati,estremamente pesanti e costosi,man mano che gli anni passano si sono fatti sempre meno pesanti e soprattutto sempre meno costosi.

Oggi lo stato dell’arte è,per me,ad un ottimo punto,con presidi sicuri,estremamente affidabili e performanti.

Gli ultimi prodotti presenti sul mercato non necessitano più nemmeno dell’operatore in fase di carico e scarico:un sistema automatizzato ritrae il carrello della barella e la pone sul pianale del mezzo,compiendo l’inverso dell’operazione in fase di scarico.

Oltretutto,aspetto non indifferente,il carico massimo è elevato a ben oltre 300kg.  nella media dei presidi sul mercato.

Allora,perché non diventano lo standard?

Credo perché non si riesca ancora ad avere l’ottica imprenditoriale nella gestione dell’acquisto di questa tipologia di presidi,se da un lato vedo spese sempre maggiori per tetti carichi di lampeggianti a led e sirene(con costi non indifferenti!),d’altro canto non vedo investite delle somme in barelle automatiche o sedie cingolate.

Cosa comporterebbe il loro acquisto?

In Europa ci sono Enti di soccorso che hanno rivolto l’attenzione proprio a questo aspetto,uno in particolare è la Croce Verde Lugano che ha fatto in modo,in pochi anni,di dotare tutte le sue ambulanze di presidi elettrici proprio nell’ottica di riduzione di traumi da sollevamento dei propri dipendenti/volontari,riuscendo così anche a ridurre gli eventuali giorni di malattia per lesioni lombari degli operatori.

Purtroppo vendo ancora oggi acquistare mezzi di soccorso,del valore di 60.000€,dotati di sedie portantine standard o barelle autocaricanti classiche:basti pensare che il dotarsi di una sedia con cingoli porterebbe l’acquisto del mezzo a scostarsi dalla cifra iniziale del,massimo,2% in più! Quel 2% non speso si tradurrà in giorni di malattia di dipendenti,di volontari e insicurezza nello spostamento dei nostri pazienti.

A questo potremmo aggiungere la considerazione che oramai l’utenza media con cui si è raffrontati nelle varie missioni di soccorso sta subendo un importante incremento ponderale,il che esacerba ancora di più la problematica di una corretta movimentazione del carico(qualora fosse possibile!),il tutto senza avere idonei strumenti di lavoro.

Come tralasciare, poi, l’aspetto legale che,purtroppo,è diventato pane quotidiano in ambito sanitario:una barella elettrica di ultima concezione azzera l’errore umano di carico/scarico,riducendo a zero il rischio di ribaltamento del presidio con paziente a bordo in ogni fase della sua movimentazione.

Posso concludere facendo notare che negli ultimi 20 anni abbiamo modificato quasi tutti gli strumenti in dotazione su un mezzo di soccorso,dagli zaini agli aspiratori,dalle steccobende ai barellini a cucchiaio,eppure siamo ancora fermi per quanto riguarda le barelle e le sedie che,oltretutto,rappresentano gli strumenti di maggior utilizzo  nella quotidianità del nostro lavoro,sarebbe auspicabile che si inizi a guardare con maggior interesse verso questi prodotti che possono,sul lungo periodo,farci ammortizzare la spesa iniziale sotto svariati aspetti,sia economici che logistici.

 

L'autore

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