Mafia, sociale, volontariato. Roma è una pratica comune?

Mafia, sociale, volontariato. Roma è una pratica comune?

L’inchiesta Mafia Capitale sta facendo tremare i palazzi della politica, ma anche le sedi di alcune cooperative, bianche o rosse che siano, non stanno passando momenti tranquilli. Il fiume di denaro pubblico destinato all’assistenza, che “rendeva più della cocaina” nelle parole dei malviventi coinvolti nell’inchiesta della Procura di Roma, passa per molte mani: tante sono pulite, ma non sempre è così. E il caso di #RoMafia non è isolato e unico. Fin da subito si sono alzate le voci di chi vuole avvertire che le pratiche romane sono comuni, non solo discutibili. Johnny Dotti, ex presidente di CGM e fondatore di Welfare Italia, su Vita ha spiegato: Non credete alla teoria delle mele marce“.

Caporalato, sfruttamento e malapolitica

Secondo Dotti “casi simili ce ne sono a centinaia in Italia. Certo ogni caso è a suo modo unico, e anche in questo ci sono delle specificità tipicamente e folkloristicamente romane. Ma stiamo assistendo alle medesime dinamiche che in passato hanno interessato la cooperazione di produzione/lavoro e le cooperative edilizie.”. “Le centrali cooperative hanno responsabilità precise – continua Dotti – perché la norma impone loro la revisione sulle attività delle associate. Una revisione che se rimane esclusivamente fiscale e contabile è ininfluente. Io quando ero al vertice di Cgm ho espulso molti di consorzi e centinaia di cooperative. E so bene quanto costi in termini economici (gli associati pagano le quote, compresa la 29 Giugno) e in termini di consenso politico. Poi ci sono almeno altre tre dimensioni da tenere presenti.

La prima?
Noi chiediamo a gran voce il ricambio della politica, ma anche nel nostro mondo il tema generazionale è un problema enorme che non si vuole affrontare. Stare al vertice di un consorzio o di una cooperativa per 10/15/20 anni assicura delle rendite di posizioni che oggi possiamo ben immaginare. In CGM al massimo si possono fare due mandati.

La seconda?
In Italia il 50% del Pil è intermediato dal pubblico. E anche la cooperazione sociale è troppo coinvolta in questo meccanismo perverso. Non a caso a Roma si parla di commesse pubbliche per le pulizie, la gestione del verde, i campi nomadi e l’emergenza immigrati. Io mi chiedo: possibile che non ci sia un modello di governance diverso da quello che sta emergendo a Roma? La nuova legge sull’impresa sociale, e speriamo arrivi presto e non depotenziata, serve proprio disegnare uno schema di gestione dei beni comunitari che segni un’inversione di tendenza rispetto a quello non più sostenibile di oggi.

Ultimo nodo?
I sistemi reticolati veri costituiscono in buona misura una garanzia contro certe derive, perché introducono anticorpi e meccanismi di auto e mutuo controllo. Invece assistiamo a un pullulare di cani sciolti, nati chissà dove e chissà come che opera e gestiscono rapporti in assoluta anarchia.

Ma il settore della sanità è al riparo dalla malavita?

No, anche il settore della salute pubblica non è al sicuro da metodologie e dinamiche di tipo mafioso. Ne sono prova l’inchiesta romana dell’Espresso di pochi mesi fa, in cui Giovanni Tizian e Michele Sasso inquadravano la forte presenza mafiosa nel settore sanitario, dove ci sono poche regole e spesso poco chiare per scegliere chi deve fare i servizi di soccorso. E poi ci sono i fatti di cronaca, come il caso di Foggia, dove dopo un’inchiesta iniziata nel 2006, furono arrestate 20 persone per il racket del “caro estinto” in cui furono coinvolti anche 7 autisti di ambulanza, 2 medici, 6 guardie giurate in servizio agli ospedali riuniti, 5 dipendenti della struttura pubblica e 3 privati. Il processo ai 38 imputati (la Dda contestava la mafia a 13 di loro, 5 tentativi di estorsione, 7 estorsioni, 2 falsi, 11 corruzioni, 2 peculati oltre a minacce, favoreggiamento e inosservanza alla sorveglianza speciale, è terminato con molte condanne.

E i casi di intimidazione diventano piccole spie di allarme da non sottovalutare. Sono capitate a Messina, a Napoli, e non è detto che pratiche simili non siano più diffuse di quanto  possa oggi sembrare possibile. Per questo i codici di autoregolamentazione e le iniziative per sensibilizzare fortemente il mondo del volontariato alla legalità sono metodi importanti che possono cambiare il sistema di gestione della sanità in alcune zone del nostro paese. Ne è prova l’ottima iniziativa voluta da Anpas per celebrare il suo 52esimo Congresso Nazionale. Lo spettacolo di Giulio Cavalli sulla mafia e la presentazione del libro “Calabria Ribelle”  di Giuseppe Trimarchi sono segnali di forte attenzione al problema delle infiltrazioni, per evitare che la mafia rovini anche la parte sana della società che aiuta il prossimo senza secondi fini.

 

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