Medici contro infermieri, i dati spiegano perché c’è bisogno di più cooperazione, non di battaglie

La vicenda delle denunce partite contro i medici che hanno stilato protocolli operativi per gli infermieri del 118 è – oggettivamente – molto triste. Il motivo principale che ci spinge a prendere questa posizione è il fatto che la professione infermieristica è sempre più formata e specializzata, e quindi nel mondo dell’emergenza la creazione di una figura intermedia che faccia da perno fra i medici e i volontari è sempre più necessaria, di fronte a un minor numero di medici e a una crisi delle iscrizioni di volontari. Per questo pubblichiamo un editoriale, molto preciso e puntuale, di un infermiere di area critica che ha deciso di darci i dati per sostenere questa tesi: noi lo ringraziamo e rispettiamo la sua voglia di mantenere l’anonimato. Speriamo che questo sia il primo intervento di una lunga serie dedicata alla riforma sanitaria nell’emergenza pre-ospedaliera, che necessita di un forte dibattito.

 

È qualche giorno che sto covando, e meditando ciò che ora proverò ad esprimere, e spero di farlo nel modo giusto, evitando, come già hanno fatto altri, di divenire offensiva verso professionisti che, indipendentemente dalla loro qualifica, provano a lavorare nel migliore dei modi per rispondere, in primis, al grande e imprescindibile principio PRIMUM NON NOCERE che dovrebbe accompagnare ciascuno di noi in ogni passo. Vorrei stare fuori dal polemizzare, dai toni di scontro e di guerra percepiti fin’ora, e limitarmi a una opinione.

Preciso, trattasi di opinione personale, non di parere di qualsivoglia autorità o autorevolezza. Dico la mia, insomma…

Tutta questa diatriba sulla illegittimità dei protocolli messi in atto dagli infermieri del 118: insomma, in che direzione andiamo? E soprattutto, queste accuse sono realmente a ragion veduta, o si tratta semplicemente di aver paura di andare avanti, come tutti i paesi dell’OCSE ci stanno suggerendo di fare per mantenere i Principi che definiscono il SSN e sostengono complessivamente il Sistema (cit. Barbara Mangiacavalli)? Mi spiego. Anzi, vi racconterò quello che si legge studiando, un po’ in quà e in là, e leggendo articoli di ricercatori veri- a differenza di me!.

 

Il servizio emergenza urgenza nasce nel 1992, e su questo direi ci sono pochi dubbi. Ce lo ha ricordato il dott. Benci anche negli ultimi giorni, in una sua disamina sulla questione. Attraverso lo sviluppo del decreto, si affida l’assistenza agli infermieri in base a protocolli stabiliti dal medico del servizio. Mi pare superfluo far notare che siamo nel 92, ovvero due anni prima del 94, anno in cui venne di fatto superato il mansionario attraverso l’approvazione del DM 739/94. Inoltre, il 92 è, a fare bene, 23 anni fa, durante i quali alcune cose sono cambiate.

 

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  1. Punto primo: è cambiata tutta la politica sanitaria nazionale e, soprattutto, regionale, il sistema di finanziamento, è stata aziendalizzata la PA, sono stati introdotti i LEA, gli standard, insomma, un marasma economico sanitario all’insegna, ammettiamolo, dei tagli, in cui, ahimè, il concetto di APPROPRIATEZZA stenta a decollare e ad essere compreso, a fronte di una sua traduzione in SEMPRE MENO SOLDI E SEMPRE PIU’ BISOGNI.
  2. Punto due: è cambiata la popolazione!!!! Siamo, ufficialmente, VECCHI, E INVECCHIAMO SEMPRE DI PIU’!
  3. Punto tre: lapalissiano che, con il cambio demografico, si assista ad una virata dell’incidenza e della prevalenza sul piano delle patologie più frequenti. Non me lo invento io che oggi si parla sempre più di cronicizzazione e di chronic care model (che, e nemmeno questo lo invento io, è ancora chimerico), di riduzione del numero dei posti letto ospedalieri, di domiciliarizzazione.
  4. Punto quattro: anche questo, fortunatamente, non nasce dalle mie meningi. Il numero dei medici/laureati in medicina è diminuito, e si deve per questo ringraziare le politiche di restrizione del numero di iscrizioni alle facoltà di medicina attorno agli anni ’90, restrizione procrastinata fino ai giorni nostri, ragion percui forse vale la pena di vedere la cosa anche in prospettiva.

 

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Morti in relazione a patologie. L’incidenza delle malattie croniche è in aumento, così come l’incidenza delle patologie domiciliabili

 

 

Nonostante ciò, assistiamo a due eventi strazianti; da un lato, l’aumento delle professioni sanitarie (notare che, a far data il 2011, medici: infermieri=1:2); se tanto mi desse tanto, ma purtroppo tanto non mi da tanto, dovremmo avere, noi infermieri, un certo peso sociale. Ma, tranquilli, non ce l’abbiamo!

3Il secondo evento straziante, ed è colpa, neanche stavolta mia, ma dell’invecchiamento demografico e della mancanza di un’adeguata risposta territoriale, è il costante aumento degli accessi in Ps, e della quivi permanenza dei suddetti accessi, come ben si evidenzia attraverso il PNE (e, vorrei, ma non l’ho pensato io!!!):

Non bastasse ciò, se ci mettiamo alla tastiera e razzoliamo tra le sabbie di PUBMED, troviamo studi europei (perché vedete, gli americani che tanto ci appassionano questa domanda non se la sono neanche fatta, per loro è scontato che l’emergenza extraospedaliera è campo per i paramedics o EMT) che ci dicono che, in realtà, stando le cose così come stanno, gli infermieri ai quali vengono riconosciute competenze avanzate, non tolgono nulla ai pazienti in termini di outcome, e fanno sì che l’ospedale sia il luogo di cura per gli eventi acuti o acutizzati, landa in cui, sì e senza ombra di dubbio, regna sovrana la competenza e la professionalità del medico.  Ma basta leggere, sui siti comuni, i lavori di Imbriaco e di Maccari ad ambientazione nostrana.

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Quindi francamente, tirando un po’ i fili del discorso, fossi un dirigente (tra l’altro, polemica nella polemica -e mi scuso perché avevo promesso di non farmene invischiare-, avete notato signori medici che voi venite assunti come dirigenti, e noi infermieri per essere manager dobbiamo percorrere una salita in cui uno su mille ce la fa???), e purtroppo non lo sono, probabilmente guardandomi nelle tasche del budget, vuote come un frigorifero la domenica sera, e nelle quali entreranno sempre meno finanziamenti, alla luce dell’invito all’appropriatezza, alla riduzione degli sprechi e al benchmarking, da parte di chi conta, non da parte mia, probabilmente il pensiero di vedervi più indispensabili in un pronto soccorso, piuttosto che a bordo di un’automedicalizzata mi sarebbe venuto! Magari mi sarei sbagliata, ma il dubbio, da manager che deve fare i conti, mi sarebbe venuto.

Concludendo:

  1. Questa guerra ai protocolli è una facciata per mascherare una guerra a noi professionisti infermieri, credo, e temo, perché siamo tanti, e se avessimo il peso che numericamente potremmo avere, sarebbe problematica, la questione. È cosa strumentale, perché in Italia fa comodo fare così, io dico a te che lo straniero ti ruba nell’orto così, zitta zitta, mentre tu bastoni lo straniero, io ti spazzolo l’orto.
  2. È triste, dai.
  3. Triste per molteplici ragioni; primo, significa non riconoscere che la nostra figura è cambiata, che il mondo sanitario, e l’intera popolazione sono cambiati, e sempre per citare cose alle quali avrei voluto pensare io, significa ignorare l’importanza degli specialisti clinici (figure mitologiche descritte nelle moderne teorie infermieristiche) e del valore aggiunto che il percorso professionale dà a ciascuno di noi e vedere gli infermieri come un tempo, quando nelle aziende c’erano “i volanti”, che andavano bene oggi in medicina, poi domani in pronto soccorso, poi se occorreva a metà mattina ti chiamavano per mandarti altrove dove c’era più bisogno (e dove, comunque, c’era sempre un medico a cui fare il caffè – ecco, ci sono caduta nuovamente!!!).
  4. Secondo, dire che “non dovremmo accettare ulteriori responsabilità senza riconoscimento economico” riduce, com’è usanza italiana, la questione a un fatto da trenta denari. Non so se è chiaro, ma la competenza ha un valore scarsamente monetizzabile, ad oggi.
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  5. Infine, significa non conoscere il significato profondo dell’espressione COMPETENZA AVANZATA; essa non è, solamente, il possesso di conoscenza e di capacità tecnico-pratiche tali da renderci in grado di applicare dei protocolli, ma implica una coscienza etica e professionale, e un pensiero critico tali da permetterci di capire se, come e quando possiamo utilizzare e applicare le nostre conoscenze e i protocolli di cui disponiamo, e quando invece, come si legge anche nel codice deontologico del 2009, è necessario che collaboriamo con altri professionisti per il bene del paziente. Significa non togliere niente a nessuno, significa lasciare che ognuno di noi spenda se stesso e la propria professionalità al meglio.
  6. A quelli che chiedono l’introduzione dei paramedici anche in Italia chiedo: perché i paramedici si e l’infermiere con competenze avanzate no? Come ve lo immaginate questo paramedico? Cosa vorreste che fosse, un mini-medico (e qua vi sfido a non pensare ad Austin Powers!!), con competenze limitate? Meglio tagliare competenze a chi ne ha, piuttosto che riconoscere che chi non si vorrebbe le avesse, in effetti ce le ha?
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  7. Finisco dicendo questo: chi definisce quello svolto da parte degli infermieri un SERVIZIO LOW COST lo fa ignorando molte e molte peculiarità della nostra figura, e anche tutte le prospettive poco rosee dovute ai precedentemente illustrati fattori, inseriti in un panorama di crisi economica e sociale; forse, intende dire, e credo che in molti concordino, che siamo una categoria drammaticamente e storicamente e anacronisticamente sottopagata, ma che non per questo ha mai offerto una assistenza al di sotto delle aspettative.

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