Sepsi, 6.000 persone potrebbero essere salvate con l’uso di albumina

Sepsi, 6.000 persone potrebbero essere salvate con l’uso di albumina

Si è da poco concluso a Bruxelles il 34th International Symposium on Intensive Care and Emergency Medicine organizzato dal dipartimento di Terapia Intensiva e Medicina di Emergenza dell’Erasme University Hospital, Université Libre de Bruxelles, in collaborazione con la Società Belga di Terapia Intensiva e Medicina d’Urgenza (SIZ). L’incontro, che si tiene ogni anno in marzo, è una tradizione dal 1980, e si è nel tempo affermato come uno dei più grandi eventi del settore, attirando più di seimila partecipanti provenienti da Paesi di tutto il mondo. Il simposio, aperto a tutti i medici, infermieri e altri operatori sanitari con un interesse in terapia intensiva o di medicina d’urgenza, si pone l’obiettivo di fornire ai partecipanti gli ultimi aggiornamenti in tema di progressi della ricerca, terapia e gestione del paziente critico.

Durante il meeting di quest’anno il Prof. Luciano Gattinoni, Direttore del Dipartimento di Anestesia, Rianimazione ed Emergenza-Urgenza della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Policlinico di Milano, ha presentato i risultati di uno studio tutto italiano condotto in oltre 140 Centri di Terapia Intensiva sul territorio nazionale, approvato e finanziato interamente con fondi pubblici da AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) senza alcun compenso per il personale coinvolto, coordinato da esperti del Policlinico in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, il Consorzio Mario Negri Sud, l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e l’Università degli Studi Milano – Bicocca.

Secondo il Prof. Gattinoni “Ha prodotto risultati assolutamente originali e con un impatto certo per le terapie intensive di tutto il mondo: reti collaborative di questo tipo non hanno riscontro in altri Paesi”. Lo studio ALBIOS, affrontando uno dei quesiti maggiormente dibattuti in medicina riguardo la gestione di pazienti con sepsi severa o shock settico, si proponeva di verificare i vantaggi o meno dell’utilizzo di albumina rispetto a soluzioni contenenti cristalloidi (soluzione di acqua e sali) per il mantenimento dell’equilibrio emodinamico e l’aumento della sopravvivenza dei pazienti settici, per i quali si registra ancora una mortalità, stimata in Italia, intorno al 45%.

Lo studio multicentrico randomizzato controllato, i cui risultati sono appena stati pubblicati anche sulla prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine, è il più ampio mai realizzato in pazienti di terapia intensiva in Italia per questa patologia, con il coinvolgimento di oltre 1800 soggetti e la raccolta durante tre anni di più di 1000 campioni ematici. Si calcola che nel mondo ogni anno vengano colpiti da sepsi dai 20 ai 30 milioni di individui con oltre 6 milioni di casi di sepsi infantile e neonatale e oltre 100 mila casi di sepsi materna e che in Europa vi siano circa 400 casi ogni milione di abitanti di sepsi con un’incidenza che supera quella dell’infarto del miocardio e delle patologie neoplasiche.

La sepsi si verifica quando un’infezione sostenuta da microorganismi patogeni, passa da localizzata a sistemica con “invasione” del circolo sanguigno e quindi diffusione a tutti gli organi e tessuti; portando nei casi più gravi allo shock settico, ovvero ad una disfunzione severa dei diversi organi ed apparati ed al cedimento cardiocircolatorio con un crollo della pressione arteriosa. L’albumina è un normale costituente delle proteine plasmatiche presenti nel nostro organismo, svolge funzioni essenziali quali il mantenimento dell’equilibrio tra le sostanze che si distribuiscono dal sangue ai tessuti e viceversa e della corretta distribuzione dei liquidi corporei, inoltre, ha proprietà anti-infiammatorie. Nei pazienti con sepsi la concentrazione di albumina è in genere diminuita: somministrarla, quindi, potrebbe migliorare il decorso della malattia. “Tornare a usare l’albumina nei reparti di terapia intensiva – stima il Prof. Gattinoni – potrebbe significare salvare la vita a 5-6 mila persone in più ogni anno in Europa“.

I pazienti reclutati nello studio sono stati suddivisi dai medici in due gruppi, ai quali per reintegrare il volume di liquidi sono stati iniettati rispettivamente cristalloidi o albumina in aggiunta ai cristalloidi. Una pressione sanguigna migliore e un minor accumulo di liquidi nei tessuti è stata riscontrata già dopo sette giorni di terapia nel gruppo che aveva ricevuto anche l’albumina. Nelle settimane seguenti, inoltre, commenta Gattinoni “abbiamo verificato che la sopravvivenza dei due gruppi inclusi nello studio era simile. Abbiamo però anche evidenziato un miglioramento della mortalità pari al 6-7% nei casi con shock settico, quelli più gravi, trattati con albumina, un risultato straordinario per una condizione clinica tanto a rischio, e che apre la strada ad un’indicazione nuova”. I risultati dello studio, concludono gli autori, “confermano una volta per tutte che la somministrazione di albumina può produrre vantaggi significativi in caso di grave sepsi. Sarebbe quindi utile tornare ad utilizzarla in questa patologia, come l’Italia, il Belgio e la Francia hanno continuato a fare in questi anni”.

Infine, lo studio clinico ALBIOS prevedeva anche un sottoprogetto bioumorale al quale hanno partecipato 48 Centri coordinati dal Laboratorio di Farmacologia Clinica Cardiovascolare dell’Istituto Mario Negri che si proponeva, attraverso la creazione di una banca centrale con l’inclusione di campioni di plasma ottenuti sequenzialmente da pazienti arruolati, di indagare i possibili meccanismi con i quali l’utilizzo di albumina per il rimpiazzo volemico potrebbe essere vantaggioso nei pazienti e valutare gli eventuali effetti dell’albumina su marcatori d’infiammazione, infezione, funzione cardiaca e coagulazione. A tal proposito, afferma Roberto Latini, capo del Dipartimento Cardiovascolare del Mario Negri “Nel progetto è stato possibile creare una delle più ampie banche mai realizzate con i campioni biologici dei pazienti con sepsi. Le analisi hanno già permesso di seguire l’evoluzione dello shock nel singolo paziente e di caratterizzare nuovi marcatori di rischio, e saranno oggetto di nuove ricerche collaborative anche a livello internazionale”, mentre già si sta vagliando l’ipotesi di dare seguito allo studio ALBIOS con un nuovo studio multicentrico.

 

 

Paola Camia, Medico in formazione specialistica

Università degli Studi di Parma

L'autore

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