Caos trasporti in ambulanza. Business e lavoro nero tra le Onlus

Caos trasporti in ambulanza. Business e lavoro nero tra le Onlus

Il problema del lavoro nero che sta flagellando l’Italia negli ultimi decenni sembra essere giunto anche tra gli enti di utilità sociale con finalità non lucrative. In particolare la piaga dell’assunzione illegale è entrata anche nelle Onlus che si occupano di soccorso ambulanziero. Molti soccorritori, infermieri e conducenti presenti sui mezzi di soccorso non hanno un regolare contratto di lavoro. Le cause sono molteplici: la crisi in primis, i tagli alla sanità, il post delibere regionali (271/2011 e 325/2011) che ha creato scompiglio nell’organizzazione dei servizi. Alcune Onlus sono finte associazioni, e non dovrebbero percepire lo stesso rimborso da parte di Ares che spetta ai privati e dovrebbero basarsi solamente sul lavoro volontario. Di seguito riportiamo l’intervista rilascia al quotidiano “IL TEMPO” di un operatore del 118 in servizio dal 2008, che racconta come molti soccorritori svolgano un lavoro dipendente a tutti gli effetti, stando sui mezzi 5 giorni su 7 senza assicurazione e senza contratto.

 

Come sei entrato a lavorare nel mondo del trasporto extraospedaliero?

«Nel servizio di ambulanze in convenzione o a chiamata “spot” per il servizio pubblico del 118 Lazio, ci sono entrato nel 2008, dopo aver perso l’ennesimo lavoro. Il mio contratto scade tra 15 giorni, dopo aver lavorato per molti mesi in nero, come lavorano molti che vengono chiamati per sopperire alle carenze dell’Ares 118».

E come venivi pagato in nero?

«Il gioco è semplice. Viene fatto firmare un foglio per il cui il volontario dichiara di prestare la sua opera senza fini di lucro, ma di fatto entra nel mondo perverso del lavoro in nero. Tutti percepiscono un “rimborso spese” che va dai 50 euro al giorno per 12 ore fino ai 70/80 euro per gli infermieri. Qualsiasi volontario avrebbe diritto ad un rimborso spese giornaliero che comprende il viaggio, il pranzo ed eventualmente un caffè al bar, solo che gli “pseudo volontari” come me, dovevano rientrare la sera a casa e procurarsi almeno 60 euro di scontrini o ricevute, altrimenti la mia giornata lavorativa andava persa. Ci sono “pseudo volontari” che fanno 25 turni al mese, secondo il fisco, come possono mantenere una famiglia solo con i rimborsi spesa?».

 

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