La Corazza: il soccorso che non vorresti mai fare

Neanche il tempo di cambiarmi, ore 06.45 inizio turno di un giorno di inverno. Turno in automedica. Veniamo attivati per un bambino di tre anni incosciente. Durante il percorso in sirena, avverto l’adrenalina e l’ansia salire e spero che al nostro arrivo la situazione si sia risolta, come capita spesso nelle convulsioni febbrili dei bambini. Faccio un respiro profondo e cerco di ripassare a mente i protocolli pediatrici che si differenziano in base all’età e quali potrebbero essere le priorità nel caso ci dovessimo imbattere in un evento impegnativo e stressante quale può essere il bambino.

All’improvviso avverto calare il silenzio, credo che siano i momenti in cui togliamo la corazza che ogni operatore del soccorso indossa e chiudendoci in noi stessi, mettiamo in discussione la nostra professionalità mettendo a nudo tutte le paure, le ansie, interrogandoci se saremo in grado di trattare quel bambino allo stesso modo in cui abbiamo trattato per molteplici volte il bambolotto della Laerdal nelle esercitazioni. Arrivati sul luogo dell’evento, in strada, ci viene incontro un volontario del mezzo di base arrivato poco prima, avvisandoci che si è in presenza di un arresto cardiaco e che hanno avuto inizio le manovre di rianimazione.

Appena entrati in casa, scorgo la presenza dei parenti che con gli occhi pieni di lacrime ci accompagnano in silenzio nella stanza dove è riverso il bambino. I volontari del BLS hanno già applicato il defibrillatore semiautomatico e ci confermano che la prima analisi ha rilevato shock non consigliato. Come da protocollo, il medico ricontrolla per qualche secondo la presenza del respiro e del circolo che risulta assente confermando l’arresto cardiaco. Senza perdere tempo, tiriamo fuori dallo zaino il materiale pediatrico, anche grazie alla collaborazione del nostro autista soccorritore che in modo tempestivo ci passa il materiale, io e il medico possiamo dividerci i compiti. Mentre la dottoressa alla testa del bambino si occupa della ventilazione, io cerco di reperire un accesso venoso. Dopo aver visionato braccia e mani mi risulta impossibile trovare la vena e nello stesso tempo mi rendo conto che è arrivato il momento di utilizzare l’attrezzo che mai avrei voluto usare su un bambino cosi piccolo. Sapevo che prima o poi questo momento sarebbe arrivato e allo stesso tempo mi sono sempre chiesto se sarei stato in grado di affrontare tutto ciò.

Mi faccio coraggio consapevole che la somministrazione di farmaci come l’adrenalina può essere l’ultimo tentativo disperato di riprendere per i capelli quel piccolo esserino. Afferro il trapano inserendo l’ago più piccolo che abbiamo in dotazione, lo dispongo a 90° gradi perpendicolare sulla sua tibia, sento penetrare l’ago nel sottocute e con un colpo secco e deciso trapano fissando l’ago nel suo osso, reperendo l’accesso vascolare di cui abbiamo bisogno, collego il deflussore dopo aver iniettato 10 ml di soluzione fisiologica con la siringa. Mentre i volontari si alternano nel massaggio cardiaco, diluisco e somministro i farmaci prescritti, nello stesso tempo il medico riesce ad intubare e ventilare con ambu e ossigeno ad alti flussi. I minuti passano e dopo i primi momenti concitati, ripensando, mi rendo conto che stiamo facendo tutto quello che è nelle nostre possibilità. Distolgo per un attimo lo sguardo dal bambino, e intravedo appesi sulle pareti della stanza dei fogli disegnati ,come quelli che disegnava mio figlio quando frequentava la scuola materna. Dopo circa venti minuti di rianimazione, incrocio lo sguardo del medico che mi indica con un gesto che le possibilità di ripresa ormai sono remote, mi chiede di prendere il suo posto alla testa, di continuare a ventilare e controllare che la rianimazione vada avanti mentre lei si sposta nella stanza accanto, per informare i parenti di prepararsi al peggio.

Dopo poco accompagnata dal medico, vedo arrivare la madre che inginocchiandosi prende per mano il suo bambino ed in modo composto inizia a recitare a bassa voce dei versi in lingua straniera, credo stia pregando secondo la cultura e tradizione del paese di provenienza. In quei momenti mi rendo conto che la loro vita non sarà più la stessa, il rumore, i capricci, i sorrisi che riempiono la casa del calore di un figlio sono stati strappati all’improvviso. Dopo cinquanta minuti di rianimazione ci arrendiamo.Il medico constata il decesso.

La commozione è forte nel vedere i genitori abbracciare e accarezzare il loro bambino, quell’essere indifeso violato da tubi e aghi. In quel momento ho voglia solo di scappare, ritornare ad indossare quella corazza che ci distacca dagli orrori della vita.

Lorenzo Accettura Infermiere 118 Lodi

www.infermieredistrada.wordpress.com

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