Rudi, io soccorritore non lo so perché ci siamo presi la briga di fare tutto ciò

Diario di un centodiciottista a bordo dell’emergenza. Dedicato a tutti gli autisti soccorritori, infermieri e medici del 118, e a tutti i soccorritori volontari.

In ricordo di Rudi, un operaio caduto sul lavoro. Uno dei tanti.

Io non lo so perché ci siamo presi la briga di fare tutto ciò, di avere a che fare con tutto questo tutti i giorni.

Caro amico,

finalmente so il tuo nome, ieri ti abbiamo lasciato senza neanche saperlo. Ieri mattina mi sono alzato, mi sono messo la divisa, ho salutato il micio e gli ho lasciato la pappa per la giornata, ho dato un bacino alla mia truppa, a casa. Ho preso la borsa con le cose per la giornata e sono andato a lavorare in moto. Ho controllato l’auto-medica come da protocollo. Ho fatto colazione, sono rimasto con i colleghi fino a quando è arrivata la chiamata per soccorrere te. Tu ieri mattina cos’hai fatto?

Avrai fatto colazione,

ti sarai messo la tuta da lavoro, avrai preso tutto quello che ti serviva, la maschera, il camice, i guanti. Si perché tu avevi a che fare con le vernici. Questo non lo sapevo, sai? Ti sarai sicuramente preparato il pranzo. Dei panini, nella carta stagnola, dentro il tuo zainetto. Poi, come me, sei andato a lavorare. Come me, il giorno dopo ferragosto. Ieri eravamo in pochi a lavorare, sembrava domenica.

Poi il mio lavoro è iniziato, alla fine del tuo.

Sinceramente avrei preferito andare avanti a sostare in attesa del nulla. Ho capito subito che quell’uscita era diversa dalle altre, ma in fondo speravamo che, come spesso succede, avessero esagerato nella chiamata. Invece l’avevano presa e capita proprio bene, la chiamata, in centrale. Siamo arrivati che non c’eri già più. La tua storia si è interrotta li, il tuo zainetto azzurro è rimasto lì, a  terra, come te. Non hai fatto la pausa pranzo coi tuoi panini.

Noi abbiamo fatto quello che andava fatto.

Tutto, non lasciamo mai niente di intentato. Sapevamo però che te ne eri già andato. Lo sapevamo e anche noi, io e i miei colleghi, quando siamo andati via eravamo delusi, incazzati per aver visto e vissuto ciò che non deve succedere. Abbiamo visto la tua faccia non più da ragazzino, ma da uomo ancora troppo giovane. Il tuo cellulare, le tue sigarette caduti fuori dal marsupio, le tue passioni, le tue speranze e quello che ti mandava avanti nella vita. E’ rimasto tutto li. Per terra. Come quando torni a casa e c’è qualcosa fuori posto, e non capisci perché.

Io non lo so, non lo so se eri contento della tua vita,

il perché stavi lavorando quel 16 agosto mentre quasi tutti erano in vacanza. Perché? Io non lo so se eri contento della tua vita oppure no, magari stavi lavorando per un futuro migliore. Non so se eri solo, se avevi amici o una donna, dei bambini, non so se fossi una brava persona o uno stronzo. Io non lo so e me lo devo far andar bene così, perché anch’io devo andare avanti a lavorare. Con tutti questi pesi, piccoli e trasparenti che ogni giorno mi metto in tasca, anche io devo andare avanti anche se non si può morire così mentre si lavora, mentre ci si fa il mazzo per vivere, mentre si fa il proprio dovere.

Mi sta proprio storto che sei morto così, lo sai?

Mi dispiace non averti portato via da li, non averti fatto arrivare col fiato in gola all’ospedale, dove forse qualcuno più bravo di me, più studiato, avrebbe potuto fare qualcosa. No, era tardi e mi porterò via io, a casa, quello che non so di te. Per l’ennesima volta. Sono quasi 11 anni che faccio questo lavoro bellissimo e allo stesso tempo maledetto, sono 11 anni che amo questo lavoro, forse lo amo ancora da prima di averlo cominciato. Però certe storie scalfiscono la mia corazza. E ho capito che non serve a niente sorridere con la circostanza, fare spallucce, mentire agli altri. No, non mi vergogno a dirlo: quando va male, quando tu muori, muore sempre anche qualcosa dentro di me. Mi vergognerei del contrario.

Ho fatto questa scelta con i migliori propositi

e con le migliori intenzioni, sapendo che con un carattere come il mio qualche volta sarebbe stata più dura delle altre, ma che tanti colpi li avrei retti meglio degli altri. Si dice così: qualcuno lo deve pur fare, no? Ecco: io sono uno di quelli che sul posto dei soccorsi non ha esitazione, nessun dubbio, e una buona memoria. So cosa devo fare e come farlo e quello che non so me lo insegnano tutti i giorni i colleghi. Perché ci vuole anche l’ammissione dell’ignoranza: non si finisce mai di imparare, non si finisce mai di crescere. E’ per questo che mi porto a casa questo dubbio: a cosa è servito tutto questo? A cosa è servito vederti così, senza poterci fare niente? Forse ho imparato qualcosa, forse lo metterò pure in pratica la prossima volta nel momento del bisogno. Forse ho imparato a guardare la vita in modo diverso, anche se più ne vediamo e più facciamo finta di non vederne. Forse farò finta di non vederle, domani?

Anni fa mi capitò una cosa molto simile alla tua,

e ieri sera sono tornato a casa con la stessa sensazione addosso. Anni fa buttai la divisa per terra e maledissi la mia scelta di vita, mi chiesi il perché. Mi chiesi come avrei fatto a tornare a casa dalla mia famiglia e dover sorridere per forza anche quando non mi andava. A dire che stavo bene anche se sentivo dentro così male. Quel giorno di molti anni fa arrivò una donna con un bambino, moglie e figlio della vittima. E io non riuscivo a guardarli, non riuscivo a dire una parola, non volevo neanche immaginare cosa sarebbe diventata la loro vita senza di lui, che stava lavorando e per una fesseria non c’era più, una leggerezza, una cosa da poco.

Quel giorno là, che è stampato su una lastra,

tornavo a casa con la testa in cielo che girava a caccia di una risposta. La mia fidanzata mi ascoltò al telefono per 2 ore. Era almeno a 200 km, ma mi abbracciò dicendomi che il ragazzo era stato fortunato ad avere avuto vicino qualcuno che sapeva ancora emozionarsi e rispettarlo. Inoltre mi disse che non avrei dovuto sorridere per forza davanti alla mia famiglia, ma sarebbero stati loro a farmi tornare il sorriso. Da li nelle giornate tristi, quando torno a casa faccio una doccia per scollarmi la divisa e mettermi quella di papà, abbraccio mia figlia e mi faccio portare nel suo mondo, coloriamo insieme o giochiamo con le costruzioni, guardiamo un cartone  animato e, anche se lei non se ne accorge, la stringo più forte del solito. Forse a questo serve, forse le cose accadono per essere da esempio per gli altri, non lo so.

E’ tornato quel momento, sai?

Quello in cui ho pensato di buttare tutto all’aria. Non capisco ancora perché facciamo tutto questo. Ci buttiamo nelle situazioni peggiori, piene di rischi, piene di sangue. Ci buttiamo sul dolore che non sappiamo neppure come limitarlo, come fermarlo. Perché una ferita che sanguina la sai tamponare, ma gli occhi che piangono non lo sai, tu, come si fermano. Non possiamo mai sapere quello che può succedere, per questo ci prepariamo e ci formiamo, ma non mi sento mai abbastanza pronto.

Non sono pronto, soprattutto, a metabolizzare.

Ormai abbiamo imparato tutti a farlo, ognuno ha il suo modo. Chi ne parla e chi fa finta di niente, chi supera e chi dimentica per andare avanti. Davanti siamo tutti forti, vogliamo dimostrare di esserlo, ma so che ci sono tante persone che quando tornano a casa da sole ci pensano, ci mettono la testa sopra per qualche ora. Qualche giorno fa rientrando in auto-medica da un servizio, mentre l’equipe sanitaria era a bordo dell’ambulanza, ho trasportato una volontaria in pronto soccorso perché era finito lo spazio a bordo dell’ambulanza. Abbiamo parlato, mi ha chiesto un po’ di cose tecniche sul servizio, su come bisogna coordinarsi. Era una ragazza nuova. Ecco perché me lo ricordo: perché era giovane e ha sentito l’esigenza di chiedermi come si gestisce l’emotività e tutto quello che le resta addosso quando torna a casa. Lei, mi ha detto, non lo sa perché è di turno spesso in servizio civile.

Eh. Bella domanda, rispondo io.

Posso spiegarti il mio metodo, posso dirti che mi hanno insegnato a chiudere sempre un cerchio e di non lasciarne mai aperti nella vita. Mi hanno insegnato a trovare le giuste persone con le quali sfogarsi, perché non è la pacca sulla spalla a farti stare meglio, ma è trovare qualcuno che si mette al tuo livello senza presunzione, che sappia ascoltarti per farti liberare dai tuoi fantasmi. E le spiegavo che parlarne coi colleghi mi fa stare meglio, perché sanno di cosa sto parlando, mentre a casa spesso non riescono a capire pienamente di cosa si tratta. Parlavo a lei. Ma parlavo anche a me.

Areu Lombardia propone un ottimo servizio di ascolto,

dove prima un gruppo di “pari” ti accoglie e… ti ascolta. Che non è “ti sente” perché a volte capita che racconti le cose e ti viene il magone perché hai il dubbio, l’angoscia, di star facendo solo rumore di fondo. E invece lì qualcosa si ferma. Certo, ci sono i semplici consigli. Ma se non ti bastano, vieni agganciato dalla psicologa di riferimento. Così nelle varie Asl qualche psicologo con cui parlarne si trova sempre. Ma, oggi, me lo chiedo con più forza: cosa c’è venuto in mente a noi Autisti-Soccorritori di fare questo mestiere? Siamo una classe mista, ci sono dentro laureati, competenti in altre materie, che hanno fatto lavori totalmente diversi nella vita. Mi chiedo cosa spinga un infermiere che può lavorare al sicuro, in reparto, in RSA, coperto dal medico e dall’ospedale. Mi chiedo cosa spinga un medico, uno che lavora 12 ore di notte in pronto soccorso, a prendersi la briga di uscire in automedica, a volte anche a rischiare. Perché ce lo dobbiamo dire: non è per l’indennità che ti infili nella nebbia in sirena. Non lo sai perché lo fai. Mi chiedo anche perché lo facciano tutti i volontari, invece di fare qualcos’altro di più sicuro e più comodo.

Mi chiedo se siamo veramente tutti consci del rischio,

della scomodità, della pericolosità in un servizio che ormai ci fa sempre lavorare sulla difensiva, che ci fa alzare alle 4 del mattino in inverno e ci manda fuori al freddo chissà dove a far chissà cosa. Mi chiedo se veramente sappiamo che con l’aria che tira rischiamo tutti sempre di più di prendere qualche bastonata o peggio. Perché siamo portati ad abbassare la soglia della situazione che ci capita, a ridurre la stima che il nostro cervello fa della situazione. Perché dobbiamo gestirla, noi che abbiamo la divisa. Ma lo sappiamo che saremo chiamati a rendere conto di quello che abbiamo fatto, detto e scritto. Perché dall’altra parte, non da quella del malato, da quella del cittadino, c’è sempre più diffidenza e paura del diverso. Ce lo chiediamo perché dobbiamo sempre più difenderci da chi abbiamo provato ad aiutare, che ci mette dall’altra parte della barricata magari solo per ottenere un rimborso in tribunale. O ancora meglio extra-giudiziale, che così i tempi si accorciano e la giustizia… strizza. Ecco, anche quella ce la dobbiamo ricordare.

Eppure lo facciamo,

lo amiamo questo lavoro e nessuno farebbe qualcos’altro. Lo facciamo perché è la cosa giusta da fare. Fare la cosa giusta ci fa stare meglio, anche se certi giorni ci fa stare peggio. Ma fa tutto parte della vita.  Quindi caro amico che non ho mai conosciuto, forse ho scritto tutto questo per stare meglio io o forse perché anche tu avevi bisogno di una voce. Forse tutti noi avevamo bisogno di una voce. Quando ho fatto la doccia mi sono accorto di avere della vernice blu, che stavi usando durante il turno. Era lì, sul velcro del bracciale dalla divisa. E sai cosa ti dico? Ce la lascio, quella macchia. Ti porto con me. Non sarai più pesante di un turno a ferragosto.

Riposa in Pace.

Giovanni Moresi
Autista soccorritore
Ausl 118 Piacenza Soccorso

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