Gli attentati di Bruxelles – Analisi di quanto avvenuto secondo Medicina Tattica Italia

Oggi abbiamo l’occasione di discutere relativamente alla qualità dei soccorsi forniti in seguito all’attentato terroristico di Bruxelles con uno degli istruttori di Medicina Tattica Italia, associazione nata per diffondere, tra i soccorritori e i sanitari civili, la cultura e le tecniche di primo soccorso proprie del mondo militare.

Medicina Tattica Italia è una associazione formata da medici, infermieri e soccorritori (sia civili che militari) che si distingue per la profonda conoscenza delle linee guida emanate da Committee for Tactical Emergency Casualty Care (C-TECC).

Il C-TECC è un ente USA creato da e per tutti coloro che potrebbero aver necessità di fronteggiare un’emergenza sanitaria “non convenzionale” (sparatorie, accoltellamenti, esplosioni, incidenti automobilistici, crolli di edifici ecc) come pompieri, poliziotti, medici, infermieri, paramedici e volontari del soccorso.

Grazie all’impegno e alla dedizione costante, Medicina Tattica Italia è stata una tra le prime associazioni italiane ad essere riconosciuta come “educational partner” proprio dal C-TECC.

Esattamente 3 anni fa, alle ore 09:11, a Bruxelles, più kamikaze, appartenenti all’auto proclamato stato islamico, si sono fatti esplodere in maniera coordinata sia nell’aeroporto di Zaventem sia alla stazione
metropolitana di Maelbeek.

Evacuazione aeroporto Bruxelles negli attimi seguenti all’attentato. Foto – Time Magazine

L’azione dei terroristi ha causato 32 morti e più di 300 feriti. Noi oggi, vorremmo analizzare quanto accaduto nei momenti successivi alle esplosioni per poter sottolineare l’importanza della creazione di una linea di intervento massimamente efficace e trasversale nella gestione delle maxi-emergenze.

Possiamo chiedere perché non avete piacere nel divulgare il vostro nome e il titolo di studio?

La ragione per la quale preferiamo non rendere note le informazioni relative ai nostri membri è semplicemente perché preferiamo essere visti come un gruppo, piuttosto che essere riconosciuti per le caratteristiche di un singolo componente. Abbiamo basato sin dal principio il nostro lavoro sul rispetto di ogni figura professionale sanitaria e non. Riteniamo, quindi, che il titolo di studio, l’essere medici, infermieri o soccorritori (sia civili che militari), non debba essere usato come parametro per calibrare che la veridicità o, al contrario, la scarsa affidabilità di ciò che vorremmo divulgare e insegnare.

Siamo ovviamente consci dei limiti di azione (imposti dalla legge, etica e deontologia) di medici, infermieri e soccorritori. Il nostro intento, quindi, non è quello di insegnare manovre mediche non codificate a personale non qualificato e siamo pienamente edotti sulle skills applicabili da ogni singolo professionista. Ovvero, ci siamo resi conto che durante i nostri corsi, così come in altri seminari e/o convegni seguiti durante la nostra formazione, una stessa informazione potesse essere criticata in misura maggiore o minore a seconda della figura professionale dalla quale veniva proposta: medico, infermiere o soccorritore.

Purtroppo, per quanto la professione infermieristica abbia subito notevoli cambiamenti per competenze e professionalità ed evidenti progressi in termini di relazioni interdisciplinari con la professione medica, nella mentalità media. la figura dell’infermiere e/o del soccorritore viene tendenzialmente posta in una posizione di subordinazione a quella
del medico
.

La nostra decisione è stata quindi quella di porci fin dal principio sullo stesso piano e di non essere etichettati all’interno di un rigido inquadramento professionale. Ci teniamo inoltre a sottolineare che tutto ciò che noi insegniamo è verificato e verificabile da studi scientifici, consigliato da linee guida nazionali e internazionali, quindi non meno autorevole se spiegato, ad esempio, da un soccorritore militare che abbia
studiato a sufficienza.

Cosa pensate riguardo al soccorso prestato dai volontari e dagli agenti di polizia negli istanti successivi agli attentati di Bruxelles?

Innanzitutto, vorremmo ricordare tutti coloro che hanno perso la vita. Riteniamo anche doveroso ringraziare tutti i soccorritori, i vigili del fuoco, i poliziotti, i medici e gli infermieri che hanno provveduto a far fronte all’emergenza.

Per rispondere alla sua domanda, vorremmo iniziare analizzando brevemente le modalità con le quali dovrebbe essere gestita una maxi-emergenza.

Il primo punto è garantire la sicurezza nel luogo, e intorno al luogo, dell’incidente. Questa frase è nota e ripetuta fino allo sfinimento in qualsiasi corso base per volontari del soccorso; questa strategia parte da un concetto corretto in termini assoluti, ma la sua declinazione nel
mondo reale può essere molto più complicata.

Quale grado di sicurezza ci può essere all’interno di un aeroporto in cui sono appena scoppiate delle bombe? Inoltre, che informazioni può raccogliere riguardo la reale sicurezza, un soccorritore intervenuto immediatamente dopo lo scoppio di un ordigno?

In molti attentati dinamitardi è possibile che ci siano almeno due fonti esplosive (per massimizzare i danni a cose e persone), quindi, lo stesso ambiente, deve essere considerato uno scenario molto più ampio e complesso rispetto a come appare. Sicuramente il C-TECC, nato dall’esperienza militare nella quale le situazioni come questa vengono quotidianamente affrontate, è in grado di aiutare nella gestione concreta di un’emergenza “non convenzionale”.

Cosa suggeriscono le linee guida per casi come questo?

Le linee guida emanate da organismi quale il C-TECC, suggeriscono di sopprimere (o di far sopprimere da parte dei soggetti preposti), la minaccia incombente e poi, solo in seguito, di intervenire per prestare
soccorso.

Sappiamo anche che, nell’ottica dell’emergenza, rimane comunque impellente la necessità di prestare soccorso nel modo più rapido possibile ai feriti, perché ad esempio una ferita ad un arto potrebbe portare a morte per dissanguamento in meno di 3 minuti.

Come organizzare, quindi, una situazione non sicura per i soccorritori e la necessità di soccorso per le eventuali persone coinvolte? Qualora non si sia sicuri di aver eliminato tutte le fonti di possibile minaccia, e qualora le condizioni mediche dei pazienti lo richiedano, le stesse linee guida del C-TECC suggeriscono di cercare di far eseguire al ferito, o ai feriti, semplici manovre di automedicazione.

Queste potrebbero essere declinate, nel concreto, con un tamponamento manuale di una ferita, con il raggiungimento di posizioni di sicurezza o, ancora, con l’evacuazione rapida. Tutte queste manovre però, dovrebbero essere una conoscenza diffusa nella popolazione, cosa che sappiamo essere poco probabile. Avere quindi del personale molto ben addestrato su tali pratiche permetterebbe una gestione, anche in ambiente ostile, molto più efficace, e così come un operatore 118 può aiutare una persona in casa a gestire un arresto cardiaco in attesa dei soccorsi, un soccorritore addestrato potrebbe spiegare come applicare correttamente un tourniquet per
limitare i danni emorragici, pur non intervenendo in prima persona.

Cosa riporta quindi l’analisi a posteriori di ciò che è successo a Bruxelles?

Per rispondere a questa domanda citiamo quanto scritto relativamente all’accaduto. In “Preparing for the next terrorism attack. Lessons from Paris, Brussels, and Boston” – JAMA Surgery. 2017; January (25): E1- E2, Eric Goralnick affermava come i punti su cui intervenire e su cui concentrarsi fossero essenzialmente tre: migliorare il grado di l’interoperatività tra agenzie differenti, migliorare la capacità di risposta del soccorritore laico (i cosiddetti bystanders) mediante corsi aperti alla popolazione, e far aumentare la consapevolezza dell’importanza della formazione incentrata sulla gestione delle maxi-emergenze anche nel personale sanitario.

In “Protecting emergency responders, lesson learned from terrorist attacks” – RAND. 2002, Brian Jackson fece pubblicamente emergere ciò che venne discusso all’interno di in una riunione di specialisti del settore delle emergenze. Secondo quanto riportato dall’autore anche gli USA soffrirebbero degli stessi problemi evidenziati nel contesto europeo.

Disorganizzazione, mancanza di comunicazione, mancanza di strumenti idonei hanno caratterizzato la fase di risposta immediatamente successiva agli attacchi terroristici dell’11 Settembre.

Se ne deduce quindi, che in tutto il mondo, e indipendentemente dal sistema sanitario, una risposta ad una minaccia non convenzionale sia una nuova entità, un nuovo tipo di missione che i soccorritori (sia laici che sanitari, sia civili che militari) non sono addestrati e preparati ad affrontare.

Quanto sostenuto è stato confermato anche da Amir Khorram-Manesh in un editoriale intitolato “Europe on fire; medical management of terror attacks – New era and new considerations” Bull Emerg Trauma. – 2016; 4 (4): 183-185, dove l’autore afferma che le nuove tipologie di incidenti e di ferite necessitano di una più stretta cooperazione fra soccorritori civili e militari includendo reciproche attività di addestramento, questa cooperazione sarebbe oltremodo utile anche nella standardizzazione dell’approccio alle emergenze e nella creazione di protocolli e linee guida.

Secondo voi quale potrebbe essere la soluzione per tutte queste mancanze?

La risposta più scontata che ci sentiamo di poter dare è cercare di evitare che si verifichino nuovi attacchi terroristici. Allo stesso tempo, però, mi rendo conto che le ferite non convenzionali possano essere causate
da molti altri eventi infausti come terremoti, inondazioni, incidenti d’auto, lesioni sul posto di lavoro ecc.

Anche in questo caso la prevenzione dovrebbe essere un caposaldo imprescindibile, un solido punto di partenza su cui investire molte risorse, allo stesso tempo, mi rendo conto che la prevenzione, da sola, non potrebbe far fronte a un problema così importante.

Quindi cosa suggerireste di fare? Quali sarebbero i provvedimenti che secondo voi si possono prendere ovunque nel mondo?

Si dovrebbe investire di più in formazione, nelle dotazioni di soccorso e in informazione ai cittadini. Noi, come Medicina Tattica Italia, abbiamo fatto una scelta. Abbiamo deciso di seguire i suggerimenti della letteratura scientifica sopracitata e ci siamo concentrati su due punti, l’informazione (si può diffondere un’idea, un concetto solo dopo averlo studiato a fondo) e la formazione.

Abbiamo deciso di diffondere l’utilizzo di tecniche militari tra i civili. Abbiamo intenzione di diffondere tecniche di base per la gestione delle ferite connesse ad un traumatismo non convenzionale. Un progetto simile (con risultati sorprendenti) è già stato messo in atto per quanto riguarda la rianimazione cardio polmonare. Oggi un passante, formato con solo 6
ore di corso, può essere considerato capace di eseguire delle compressioni toraciche esterne.

Il nostro gruppo vorrebbe formare tutti i civili allo stesso modo. Alla fine, nei nostri corsi siamo soliti affermare che, in caso di emorragia massiva, la corretta applicazione di un tourniquet equivale in efficacia all’utilizzo del defibrillatore esterno in caso di arresto cardiaco. Basta solo saperlo utilizzare.

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