Immobilizzazione di emergenza. Ecco come si smonta la bufala del cartone al posto del gesso in ospedale

La foto dell'estate è un paziente con il cartone al posto del gesso su un arto fratturato all'interno dell'ospedale di Reggio Calabria. Vediamo perché si tratta di una bufala e capiamo quali sarebbero gli strumenti migliori per bloccare un arto fratturato in situazioni di emergenza.

REGGIO CALABRIA – In qualsiasi reparto di ortopedia italiano è impossibile che manchi il gesso. La notizia che sta causando scandalo e indignazione è legata all’uso di strumenti di fortuna per immobilizzare delle fratture di una gamba e di un braccio, visibili in due fotografie scattate nel Pronto Soccorso dell’Ospedale di Reggio Calabria. Ma quelle immobilizzazioni, secondo il primario Angelo Ianni, non sono state effettuate in ospedale, ma prima dell’arrivo nel nosocomio. Ovvero in fase di emergenza pre-ospedaliera.

Cosa significa immobilizzare una frattura?

Significa che il paziente è stato immobilizzato con strumenti di fortuna sul luogo dell’incidente, prima dell’arrivo in ospedale. Non è una pratica utilizzata spesso, anche perché a bordo delle ambulanze dovrebbero essere presenti sia le steccobende a depressione che le steccobende flessibili blue-splint, le prime usate per le fratture scomposte, le seconde invece per le fratture composte.

Le bende gessate (non del banale gesso da cantiere, ma delle garze già pronte imbevute di preparazione sterile, che vengono applicate sull’arto da medici ortopedici e infermieri preparati e competenti) sono presenti in quantità in qualsiasi ospedale. Ma non sono presenti in fase di emergenza, dove il paziente può essere assistito e immobilizzato in vari modi.

Perché questa notizia è una bufala?

Tornando alla cronaca, o meglio alla bufala spacciata per situazione disperata dove gli operatori del pronto soccorso operano come se avessero le stesse dotazioni sanitarie di un’ospedale a Damasco, in Siria, bisogna aggiungere che il paziente non ha effettuato accesso al Pronto Soccorso con ambulanza. La nota della direzione sanitaria dell’ospedale al presidente della Regione Calabria dice: “Risulta formale accesso al PS di un unico paziente di sesso maschile, giunto al triage alle ore 9:32 del 28 luglio, immobilizzato sul luogo dell’incidente con “cartone” come dichiarato dallo stesso paziente al direttore della Uoc Ortopedia alla presenza dei suoi collaboratori. Codificato al triage con codice giallo, il paziente veniva sottoposto a visita di pronto soccorso alle 9.35, con ECG ed esami radiografici”.

 

Perché non è stato tolto il cartone?

Il cartone è un materiale adeguato all’immobilizzazione, anche se non è sterile e non è perfettamente adeguato alla forma di una gamba o di un braccio. Ma chi ha effettuato il primo soccorso ha comunque scelto il prodotto non sanitario più adatto ad una immobilizzazione di fortuna. La possibilità di piegare il cartone per seguire la piega dell’arto fratturato, la sua rigidità basilare sufficiente per impedire grossi movimenti all’arto anche in fase di trasporto e soprattutto la sua radiotrasparenza, garantiscono un primo esame da parte del professionista in Pronto Soccorso adeguato alla situazione. La steccatura precaria può poi essere rimossa una volta effettuata l’anamnesi e preparata la sala operatoria per l’eventuale operazione, o quando si effettuerà l’ingessatura definitiva, come appunto avvenuto nel Pronto Soccorso di Reggio Calabria, dal quale il paziente è uscito invece con il suo gesso definitivo.

Cosa ci deve essere sull’ambulanza per immobilizzare una frattura?

Procedere all’immobilizzazione di un paziente traumatico è fra le competenze richieste ai soccorritori del 118, siano essi volontari o infermieri. Solitamente in caso di trauma (una lesione dannosa, improvvisa dovuta ad un agente o ad una causa esterna) ci sono semplici azioni da mettere in pratica con estrema cautela e delicatezza. L’obiettivo dell’immobilizzazione infatti è quello di evitare ulteriori danni al paziente traumatizzato. Una frattura, causata da un trauma, può infatti avere chiari effetti primari visibili (la contusione, la discontinuità dell’arto, la dislocazione) ed altri effetti secondari che solitamente vengono valutati da medici o da infermieri. Compito primario è – comunque – quello di bloccare l’arto. I soccorritori volontari non devono mai riposizionare l’arto in una sede usuale (per esempio ruotando, spostandolo o riportandolo in sede) perché il rischio di causare un danno secondario è elevato. Solo medici o infermieri hanno le competenze per valutare se è necessario o dannoso riporre in sede un arto fratturato.

La steccobenda Blue-Splint

Applicazione della steccobenda rigida con anima flessibile Blue Splint

E’ quindi estremamente usuale avere la necessità di steccare e immobilizzare una frattura nella posizione in cui viene trovata. A disposizione del soccorritore vengono forniti diversi supporti, i principali fra questi sono le steccobende. Ne esistono di due tipi. Una steccobenda rigida, con un’anima pieghevole, che viene usata per le sospette fratture (in particolare delle braccia) e che solitamente si usa per fratture composte. L’uso di questo presidio è semplice ed immediato, l’alta lavabilità del prodotto (spesso in neoprene sanificabile) e il suo ridotto peso ne fanno uno strumento sempre utile anche da tenere in casa. L’effetto di immobilizzazione che ne deriva è simile a quello di una steccatura di emergenza, ma la possibilità di regolare gli strap di chiusura permette di tenere sotto controllo l’arto fratturato e valutare se si formano ematomi da emorragia interna (pericolosi soprattutto quando l’arto interessato da frattura è la gamba). A volte alcuni prodotti di questa tipologia non hanno l’anima in materiale deformabile radiotrasparente, quindi è necessario toglierli prima dell’accesso in radiologia.

 

La steccobenda a depressione

Applicazione steccobenda a depressione Res-Q-Splint

Alla steccobenda plastica si è man mano affiancato un altro presidio di emergenza molto importante, la
steccobenda a depressione. Questo presidio medico sempre presente a bordo delle ambulanze è usato spesso su fratture scomposte perché si tratta di un vero e proprio cuscino che, tramite una pompa, assume la forma dell’arto fratturato, immobilizzandolo nell’esatta posizione in cui l’arti si trova. A questo grande vantaggio però si affiancano diversi difetti. La steccobenda a depressione infatti occupa molto spazio, deve sempre essere usata da 2 o 3 soccorritori (uno deve controllare la dislocazione del dispositivo, un altro deve estrarre l’aria con la pompa) e in caso di taglio diventa inutilizzabile. Dall’altro lato però, dato che è spesso usata per fratture scomposte, la steccobenda a depressione ha un’alta lavabilità e igenizzazione, è radiotrasparente e permette al paziente di arrivare in ospedale nelle stesse identiche condizioni in cui si trovava sul posto dell’incidente. L’ortopedico che dovrà procedere all’operazione quindi avrà una visione precisa di cosa è successo all’arto e di quale era la sua posizione al momento del trauma.

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