Rapporto Crea: Italia spende per settore Sanità il 35% in meno rispetto a Paesi Ue

In Italia si spende per la sanita’ il 35,1% in meno rispetto ai Paesi dell’Europa occidentale e il gap continua a crescere: nell’ultimo anno si e’ registrata una ulteriore riduzione dell’1,5% rispetto al 2018; rispetto al 2000 la forbice si e’ allargata del 13,6%.

Il gap della spesa pubblica risulta ancora piu’ consistente, essendo arrivato a superare il 40% (-40,2%)’.

È quanto emerge dal XVI Rapporto Sanita’ messo a punto dal Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanita’ (C.R.E.A. Sanita’), gia’ consorzio dall’Universita’ di Roma Tor Vergata e dalla Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (F.I.M.M.G.), con il supporto di alcune aziende.

I dati sono stati presentati nel corso di un evento online.

Spesa per la Sanità in Italia: il rapporto CREA

‘Di contro, sul fronte della spesa privata- prosegue il Rapporto- il gap risulta contenuto (-13,7%) e sostanzialmente allineato al differenziale di reddito nei vari Paesi’.

Malgrado il gap citato, pero’, l’indice composito di salute e benessere sviluppato da ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) posiziona l’Italia al settimo posto in Europa: quindi ‘pur con risorse scarse l’outcome di salute prodotto in Italia e’ relativamente alto, dimostrando un utilizzo complessivamente efficace ed efficiente delle risorse’, conclude il Rapporto.

SANITA’ IN ITALIA: MEDICI A TEMPO INDETERMINATO RIDOTTI DEL 2,9%

‘In Italia nel 2017 si registravano 626.576 unita’ di personale (sanitario, tecnico, professionale e amministrativo) dipendente a tempo indeterminato in servizio presso le ASL, le aziende ospedaliere, quelle universitarie e gli IRCCS, con una riduzione del 4,1% nel quinquennio; tale riduzione e’ pero’ parzialmente compensata dal ricorso a forme di contratto flessibile (a tempo determinato e lavoro interinale), che hanno comportato un incremento di 11.501 unita’: il gap complessivo si riduce al -2,3%: nel 2017 si contano 638.052 unita’, indipendentemente dalle forma contrattuale’ spiega ancora il Rapporto.

‘Analizzando la dinamica delle professioni sanitarie- prosegue il Rapporto- si osserva come le unita’ di personale medico a tempo indeterminato si sono ridotte del -2,9%, con un contestuale aumento del ricorso alle assunzioni a tempo indeterminato, che porta cosi’ ad un gap complessivo del -0,6%.

Un trend analogo si registra per il personale infermieristico, dove la riduzione delle unita’ a tempo indeterminato e’ stata pari al -2,7%, ma il contestuale ricorso alle assunzioni flessibili ha ridotto il gap allo -0,4%’.

L’Italia e la Spagna rimangono dunque in cima alle graduatorie europee, con ‘4 medici ogni 1.000 abitanti, precedute solo dalla Germania, che ne registra 4,3; Francia e Inghilterra ne hanno rispettivamente 3,4 e 3.

Da considerare anche che in Italia oltre il 50% dei medici ha piu’ di 55 anni’.

Diversa e’ la situazione del personale infermieristico, dove l’Italia si posiziona ‘agli ultimi posti, con 6,7 infermieri per 1.000 abitanti, contro i 7,8 del Regno Unito, i 10,8 della Francia e i 13,2 della Germania, seguita solo dalla Spagna che registra un tasso ancora piu’ basso, pari a 5,9 ogni 1.000 abitanti’.

Volendo adeguare il personale sanitario italiano alla media (sulla popolazione assistita) dei principali Paesi EU (Francia, Germania, Inghilterra e Spagna), si puo’ verificare quindi che il personale medico ‘risulterebbe in esubero di 18.108 unita’; a meno che non si consideri nel confronto la popolazione over 75: in tal caso si evidenzierebbe un deficit di 24.365 unita”.

Per quanto riguarda il personale infermieristico, il Rapporto Crea fa sapere che il deficit ‘andrebbe invece da un minimo di 162.972 unita’ (nel primo caso) ad un massimo di 272.811, nel secondo.

Considerando che, in termini di dotazioni di posti letto, esclusi Francia e Germania che contano rispettivamente 6 e 8 posti letto per 1.000 abitanti, Regno Unito e Spagna hanno una dotazione simile a quella italiana (3,2), rispettivamente di 2,5 e 3,0 posti letto per 1.000 abitanti, si avvalora quanto peraltro gia’ riportato nel 15esimo Rapporto Sanita’: ovvero che il deficit di personale sanitario in Italia e’ concentrato soprattutto negli infermieri e nell’assistenza extra-ospedaliera, che peraltro stenta ancora a decollare’, conclude il Rapporto.

IN ITALIA FINANZIAMENTO PUBBLICO IN RITIRATA DALLA SANITA’

‘La quota di finanziamento pubblico della spesa sanitaria in Italia si e’, negli anni, progressivamente ridotta, risultando ormai inferiore a quella dei Paesi dell’Europa dell’Est (EU-Post 1995).

Il settore pubblico, pur rimanendo la principale fonte di finanziamento della spesa sanitaria, in tutti i Paesi EU, nei Paesi definiti EU-Ante 1995 (Europa occidentale) fa fronte in media all’80,5% della spesa sanitaria corrente, mentre in Italia e nei Paesi dell’Est rispettivamente al 74,1% e al 74,5%’. È quanto riporta ancora il XVI Rapporto Sanita’ messo a punto dal Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanita’.

ITALIA, CRESCE DISUGUAGLIANZA SPESA TRA REGIONI SU SANITA’

‘Permangono differenze di spesa rilevanti tra le diverse Regioni- dice ancora il Rapporto- anche standardizzandola in base ai diversi bisogni delle popolazioni; se la spesa pubblica comporta disuguaglianze modeste (con esclusione di alcune Regioni e Province a statuto speciale che hanno livelli di spesa pubblica decisamente maggiori della media), di contro il contributo della spesa privata delle famiglie e’ estremamente diversificato: fra le Regioni agli estremi il gap e’ di 544,1 euro e genera una disuguaglianza pari al 33,6% della spesa sanitaria media’.

‘Malgrado la natura universalistica ed egalitaria del Servizio sanitario nazionale- prosegue il Rapporto- nei fatti le differenti possibilita’ di spesa delle popolazioni regionali continuano a comportare una disuguaglianza nelle opportunita’ di tutela sanitaria’.

DISAVANZO SSN DI NUOVO IN CRESCITA

‘Il disavanzo del Servizio sanitario nazionale, che si era ridotto in maniera consistente negli ultimi 15 anni, negli ultimi 3 anni ha ricominciato a crescere, malgrado una lieve flessione fra il 2019 e il 2018.

Il risultato di esercizio complessivo e’ attualmente negativo per 1,1 mld di euro, ovvero un mero 0,9% del finanziamento, ma in aumento del 18,3% rispetto al 2014′.

Sono sempre dati contenuti nel XVI Rapporto Sanita’ messo a punto dal Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanita’ (C.R.E.A. Sanita’).

‘L’equilibrio finanziario- prosegue il Rapporto- poggia, peraltro, su un consistente ‘contributo’ delle compartecipazioni: in assenza di queste (che comprendono anche quelle sul differenziale rispetto al prezzo di riferimento dei farmaci equivalenti) rimarrebbe un deficit di 5,7 mld di euro.

L’incidenza delle compartecipazioni, da parte sua, pone un problema equitativo: infatti e’ maggiore nel sud che nel nord (quindi in modo inverso alle possibilita’ economiche), con l”aggravante’- conclude il Rapporto- che nel sud si concentra su un numero minore di cittadini non esenti’.

EQUITÀ PROBLEMA IRRISOLTO E IN CRESCITA

‘Nel 2018- si legge ancora- il 77,6% (circa 20 milioni di nuclei) delle famiglie italiane ha fatto fronte a spese per consumi sanitari, contro il 61,8% del 2014 (sebbene con una variabilita’ importante a livello regionale)’.

‘La spesa media ‘effettiva’ privata per consumi sanitari- prosegue il Rapporto- risulta di 1.850,5 euro, con un incremento medio del +9,4% rispetto al 2014.

La crescita della spesa e’ del +15,6% e +15,5% nei primi due quintili di consumo (famiglie meno abbienti), e del +12,1% e +3,5% degli ultimi due (famiglie piu’ abbienti)’.

Il gap di spesa sanitaria fra primo e ultimo quintile, nell’ultimo quinquennio, si e’ quindi ‘ridotto passando da 3,9 a 3,5 volte- fa sapere ancora il Rapporto- ma per effetto di un maggiore onere che pesa sulle famiglie meno abbienti

[. Per confronto, nel caso dell’Istruzione, la spesa nei primi due quintili si e’ invece ridotta ( -5,2% e -22,3% rispettivamente) ed e’ aumentata quella negli ultimi due (+20,4% e +38,7% rispettivamente)’.

Nel caso dei trasporti si e’ ‘ridotta per le famiglie del I quintile (-7,5%) ed e’ cresciuta progressivamente in tutti gli altri. In altri termini, mentre per i trasporti si osserva un andamento ‘protettivo’ almeno verso le fasce piu’ deboli, in sanita’ e’ evidente che e’ in atto un processo iniquo, con un aggravamento della spesa dei meno abbienti’.

Iniquita’ che si ritrova, anche se in forma diversa, nell’istruzione, dove ‘e’ probabile che i dati indichino una tendenza al ‘drop out’ da parte delle famiglie piu’ abbienti, che spendono molto piu’ delle altre per l’istruzione dei figli’, conclude il Rapporto Crea.

DISAGIO ECONOMICO PER CONSUMI SANITARI PRIVATI

‘Nel 2018 3,1 milioni di famiglie hanno dichiarato di aver cercato di limitare le spese sanitarie per motivi economici, e di queste 819.482 le hanno annullate del tutto: i due terzi di queste famiglie appartengono ai quintili di minor consumo’ dice ancora il XVI Rapporto Sanita’ messo a punto dal Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanita’ (C.R.E.A. Sanita’), gia’ consorzio dall’Universita’ di Roma Tor Vergata e dalla Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (F.I.M.M.G.), con il supporto di alcune aziende.

‘Rispetto all’anno precedente- prosegue il Rapporto- il fenomeno delle ‘limitazioni’ ha coinvolto 1,1 milioni di famiglie in meno, e quello delle ‘rinunce’ circa 300mila in meno’.

Se nel 2014 il fenomeno coinvolgeva ‘l’11,5% e il 5,3% delle famiglie del I e II quintile rispettivamente- fa sapere ancora il Rapporto- nel 2018 tali valori si sono ridotti rispettivamente all’8,2% e al 3,6%.

Malgrado cio’, il disagio economico per le spese sanitarie, combinazione di impoverimento per consumi sanitari e ‘nuove’ rinunce per motivi economici, rimane significativamente superiore nel sud del Paese (8,3% a fronte del 7,9% dell’anno precedente); segue il centro (5,9% a fronte del 6,4% del 2016) e il nord (4,1% a fronte del 3,5% del 2016)’.

Inoltre, a fronte della diminuzione delle ‘rinunce’, aumenta l’incidenza del fenomeno dell’impoverimento delle famiglie per spese sanitarie: ‘Sono 449.939 (11.429 in piu’ rispetto all’anno precedente) i nuclei familiari impoveritisi (1,74% dei residenti e 2,2% di quelli che sostengono spese sanitarie).

Rispetto al 2014 la sua incidenza e’ passata dal 2,0% al 2,2%.

Il fenomeno coinvolge le famiglie dei quintili piu’ bassi (I e II), ma inizia ad interessare, pur se in minima parte, anche quelle del III quintile.

‘Le famiglie residenti nel Mezzogiorno- si legge nel Rapporto Crea- continuano ad essere le piu’ colpite: 3,3% (0,1 punti percentuale in piu’ rispetto al 2017 e 0,3 rispetto al 2014), contro l’1,4% di quelle del centro (0,3 punti percentuali in piu’ rispetto al 2017), l’1,0% di quelle del nord-est (invariato rispetto all’anno precedente) e lo 0,8% di quelle del nord-ovest (0,2 p.p. in piu’ rispetto al 2017)’.

Applicando quindi soglie di poverta’ relativa regionali, la misura del fenomeno dell’impoverimento registra ‘610.396 famiglie impoverite (2,4% delle famiglie), ovvero circa 160mila famiglie in piu’ rispetto alla metodologia ‘standard”.

Aumenta infine l’incidenza nelle realta’ del nord e si riduce in quelle del sud.’Il picco di incidenza, pari al 2,2% si registra pero’ sempre al sud; segue il centro con l’1,3% e poi il nord con l’1,2% in media’, chiosa il Rapporto.

PER APPROFONDIRE:

Recovery Plan, gli Ordini degli infermieri in audizione in Commissione alla Camera dei Deputati / VIDEO

FONTE DELL’ARTICOLO:

Agenzia Dire

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