Soccorso per malore in moschea: sanitari bloccati perché non si tolgono le scarpe. Chi rischia di più?

scarpe-fuori-moscheaTogliersi le scarpe per entrare in moschea e soccorrere un paziente? Oppure avere l’accesso impedito all’altare della sinagoga perché vietato ai laici? Fino a che punto una prescrizione religiosa può confliggere le regole del soccorso e le leggi dello Stato?

ANCONA – Questa vicenda potrebbe avere tratti surreali ma è un fatto ben riportato sia dalla stampa che dai soccorritori locali. Il 31 dicembre scorso una persona di 42 anni è stata male all’interno della moschea di Ancona, in via Dalmazia. La moschea era piena di fedeli e sono subito stati allertati i soccorritori del 118. A intervenire i volontari della Croce Gialla, che però non sono stati fatti entrare in moschea perché “non si entra con le scarpe nei luoghi di preghiera islamica. Si entra solo con i calzini oppure a piedi nudi”.

Lo straniero che aveva accusato il malore nel frattempo diventava pallido e con copiosa sudorazione, sintomi che avrebbero richiesto un intervento immediato e tempestivo. Ma ai soccorritori è stato posto un divieto di ingresso che, a livello legale, può portare diversi problemi. Impedire ad un soccorritore di compiere il suo dovere è infatti una violazione delle sue prerogative di incaricato di pubblico servizio.

La questione non è di lana caprina. Le scarpe anti-infortunistiche sono un dispositivo di protezione individuale obbligatorio, che tutti i soccorritori in servizio devono indossare ai sensi della 81/2008. Pena: sanzione pecuniaria e annullamento delle tutele assicurative in caso di infortunio. 

I soccorritori sono stati molto sbrigativi, con un aut-aut all’imam della casa di preghiera anconetana: o si entra subito oppure qualcuno porta fuori il paziente. Anche perché – risulta dalla stampa locale – la moschea solitamente è dotata di copri calzari per permettere ai non islamici di entrare in particolari occasioni sul terreno consacrato della moschea. Ma la notte di capodanno tali buste non erano presenti, quindi non era possibile “mediare” una posizione su questa regola della fede musulmana. Alla fine l’imam ha ceduto dalle sue posizioni e ha permesso che i sanitari si occupassero del quarantaduenne e lo portassero in ospedale, entrando in moschea con il loro equipaggiamento.

Passando al piano legale, il rischio per l’interruzione di pubblico servizio quando si bloccano dei soccorritori che stanno svolgendo un intervento in emergenza, è piuttosto grave. Si risponde del dispositivo dell’articolo 340 del Codice Penale, che dice:

Chiunque, fuori dei casi preveduti da particolari disposizioni di legge [330, 331, 431, 432, 433], cagiona una interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità, è punito con la reclusione fino a un anno. I capi, promotori od organizzatori sono puniti con la reclusione da uno a cinque anni.

La norma di interruzione si applica come sussidiaria ad altri capi, e si applica quando la condonna non integri altre tipologie di reati. L’interruzione di pubblico servizio infatti può essere legata ad altre fattispecie criminose, e non si escludono concorsi con altri reati.
In sintesi l’interruzione di pubblico servizio è un elemento ostativo alla prestazione pubblica, una cessazione dell’erogazione del servizio per un tempo apprezzabile, oppure – nel caso di turbamento – l’alterazione del funzionamento di un servizio pubblico nel suo complesso.

E’ irrilevante la durata della condotta criminosa, può essere di pochi minuti o di giorni interi. Non si procede nel caso in cui – e questo pare proprio il caso – la condotta sia ininfuente o di scarsa importanza rispetto al servizio effettuato. Spesso è semplice e facile trovare una via di accordo che tuteli l’operatore sanitario che non può operare senza i DPI previsti dalla legge, soprattutto per la sua incolumità: una barella carica su un alluce porterebbe conseguenze più gravi, al soccorritore, rispetto alla mancata osservazione di una prescrizione religiosa. E inoltre la copertura sanitaria non varrebbe, perché la mancanza di un DPI obbligatorio invalida ogni richiesta di risarcimento.

Viene da pensare a cosa potrebbe succedere nelle chiese cattoliche se fosse ancora in essere l’osservanza agostiniana del non volgere mai le spalle al Cristo. Una pratica difficile da rispettare in caso di soccorso sanitario in un luogo di culto cattolico. Come sarebbe difficile rispettare il divieto d’accesso all’altare della sinagoga da parte dei laici. Tutte regole estremamente importanti a livello religioso, ma che cedono il passo davanti alla necessità di salvare la vita ad una persona.

 

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