Da infermiera nel reparto di chirurgia a operatrice del 118. Storia di Roberta, una pioniera del soccorso in ambulanza

Niente è meglio della testimonianza diretta dei protagonisti del soccorso per capire il senso di un mestiere per qualcuno, di un attività di volontariato per un altro, comunque di esperienze che hanno in comune il servizio al prossimo, la dedizione e il desiderio di essere utili.

Emergency Live ha dato voce a una protagonista del soccorso modenese, Roberta Menozziinfermiera di lungo corso, vivace e attiva come una teenager, che dopo dieci anni di lavoro in reparto presso l’ospedale è approdata al 118:

 

Cercavo nuovi stimoli, nuove soddisfazioni. Nella vita anche professionale, si arriva a un punto in cui si sente la necessità di percepire l’utilità del proprio lavoro. Per carattere devo fare qualcosa che cambi la mia vita, che “sposti” qualcosa nella routine, negli equilibri quotidiani. Se devo dare qualcosa di me, devo fare i conti con la mia personalità e il mio bisogno di pienezza. 

Per me l’occasione, l’evento che mi ha cambiato la vita è stata la creazione, nel 1992 del 118 a Modena, su iniziativa della mia caposala, Sandra Beghi. Lì, dove anche adesso lavoro, ho trovato la mia dimensione.

Il soccorso, che da allora è cambiato moltissimo, perché in oltre vent’anni di 118, quello che inizialmente significava semplicemente trasporto si è evoluto in vero e proprio intervento sul malato, per me come per i colleghi, è una vera e propia filosofia di vita. È un lavoro che fa vivere in modo diverso. Quello che vediamo e sperimentiamo ogni giorno con i pazienti, insegna ad apprezzare la vita, a rispettarla. Abbiamo a che fare ogni giorno con storie di sofferenza e di morte, ma anche di rinascita e guarigione. Non possiamo fare altro che trarre insegnamenti positivi. 

Ogni giorno viviamo esperienze forti che impariamo a gestire grazie alla formazione.

Grazie al training si apprendono tecniche per tenere sotto controllo le emozioni, per non rimanerne schiacciati soprattutto finché è in corso l’intervento. Solo dopo, una volta concluso, c’è il momento in cui ci si lascia andare, ed è importante farlo, per liberarsi dalla tensione e qualche volta dall’angoscia accumulata.

Dico una cosa che per un soccorritore è scontata, però è una verità del nostro lavoro: non ti devi mai chiedere, durante un intervento come devo fare? Cosa devo fare? Grazie alla formazione si impara a scegliere rapidamente la priorità del momento e le decisioni vengono da sé. Solo in una seconda fase, gli operatori hanno a disposizione uno psicologo per metabolizzare i drammi vissuti e affrontare senza conseguenze le esperienze forti che ci accompagnano. Non cambierei questo mestiere con nessun altro!”

 

Di Roberta colpiscono soprattutto l’energia e gli occhi vivaci, insieme a una visibile frenesia che attaversa ogni parola. Appassionata del suo lavoro come il primo giorno, condivide con i colleghi un forte spirito di solidarietà e il desiderio di essere comunque e sempre in prima linea a dare una mano.

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