E’ morto Bernardo Bertolucci: la sua impronta civile e sociale che non va dimenticata

Regista, scrittore e lume del cinema mondiale, Bertolucci ha vinto nove Oscar con grandi capolavori. Ma ha dato alla nostra società la consapevolezza di una sanità da migliorare

PARMA – Nell’iconografia collettiva Bernardo Bertolucci è “solo” Ultimo TAngo a Parigi, Il Tè nel deserto, Piccolo Buddha e L’ultimo Imperatore, film che ha vinto nove premi Oscar.
Ma il Poeta e Regista che oggi, 26 novembre 2018, ha lasciato questo mondo rappresenta tante cose in più. Per chi scrive è l’uomo che ha dato poesia e lacrime alla campagna italiana, con il capolavoro “Novecento”. Dalle volte della cascina Badia, nella bassa cremonese, fino alle stanze delle ville mitiche di Parma, Bertolucci ha regalato a tanti un’immagine di storia tanto bella quanto realistica.

Ma non c’è solo questo. L’impegno sociale e civile di Bertolucci è sempre stato forte, intenso e costruttivo. Per chi opera nel settore sanitario non si può dimenticare il periodo delle battaglie sindacali e delle prese di coscienza sui diritti e i doveri degli operatori, degli infermieri e dei medici. Un lavoro – quello di Bertolucci – portato avanti con documentari specifici, fra i quali “I Poveri muoiono prima”.

Un documentario (non l’unico) dove Bertolucci ha indagato con una serie di interviste e immagini quello che era la sanità, gli ambienti di lavoro e le realtà sociale degli operai e dei più poveri. Un mondo, quello degli anni ’70, dove l’infortunio sul lavoro era un problema, dove le ambulanze non erano adeguate, dove l’ospedale era strutturanto in maniera squilibrata e senza attenzione agli strati più poveri della società. Ecco perché scegliamo di ricordare anche su Emergency Live il genio di Bertolucci, e lo facciamo citando una poesia di suo padre:

Sono io appartenente a un secolo che crede
di non mentire, a ravvisarmi in quell’uomo malato
mentendo a me stesso: e ne scrivo
per esorcizzare un male in cui credo e non credo.

PS: Se volete rivedere i luoghi di Novecento, oggi, dovreste fare un giro sul blog di Luigi Boschi, che negli anni scorsi ha rifatto un Grand Tour di quello che è a tutti gli effetti il grande, grandissimo tributo alla cultura Padana degli anni ’40 e ’50. Merita, davvero.

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