Training psicoterapia

Esperienza

A Brugnato, una cittadina della Val di Vara, si trova la Residenza PsicoGeriatrica “ Piccola Casa del Sacro Cuore”, una struttura con una capacità ricettiva di 53 persone; questa struttura accoglie prevalentemente persone non autosufficienti con patologie psichiatriche cronicizzate, o pazienti con demenze gravi. Il centro è una realtà complessa, formata da diversi reparti, atti ad ospitare diversi tipi di popolazione anziana. In questa struttura, nel reparto di RSA, e Psicogeriatrico, per pazienti affetti da diverse sindromi di tipo psichiatrico, svolge la professione di Psicologo e coordinatore del servizio animazione, il Dottor Francesco Gianardi. Nel reparto Psicogeriatrico le sindromi dei pazienti si sovrappongono a una grande varietà di condizioni mediche, ma anche psicologiche e neurologiche, specialmente relative e diversi gradi e tipologie di demenza. Per questo il Dottor Gianardi, con lo Staff del Centro Sanitario del Sacro Cuore di Brugnato, di fronte a queste variegate condizioni cliniche, ha deciso di attuare un intervento di psicoterapia di gruppo della durata di quattro mesi con i degenti anziani del reparto di Psicogeriatria della Piccola Casa del Sacro Cuore di Brugnato, per vedere se un tentativo di risposta non potesse provenire dai pazienti stessi, essendo loro i protagonisti della dimensione esistenziale dell’anziano; Si è andati così verso un esplorazione dei significati principali dell’esperienza dell’anzianità. L’obiettivo generale dell’intervento sta nella promozione delle potenzialità auto-espressive e coesive nei confronti degli altri membri del gruppo, in modo da contrastare il crescente isolamento, con la formazione di relazioni reciprocamente arricchenti e soddisfacenti. Questo si traduce in un’azione su due versanti:

  • l’attività di contrasto delle involuzioni e del declino cognitivo;
  • l’opposizione al depauperamento relazionale e psichico degli ospiti.

Si è pertanto tentato di costituire un gruppo psico-terapeutico, con una serie di accorgimenti utili ad adeguare alle caratteristiche dei partecipanti e ai loro interessi le metodologie di intervento. La soluzione trovata consiste in un gruppo psicoterapeutico a termine, con una data di conclusione ben definita e comunicata da subito ai partecipanti. Inoltre è stata prevista l’introduzione di un “medium“; questo perché introdurre un medium significa agire attraverso un elemento mediatore capace di coinvolgere la dimensione sensoriale dei partecipanti, privilegiando di volta in volta la vista, l’udito, l’olfatto e il tatto, e avente la facoltà di facilitare gli scambi comunicativi e la rievocazione di esperienze emotive. In tal modo il partecipante:

  • Può comunicare emozioni, sentimenti, associazioni senza sentirsi minacciato o esposto eccessivamente, commentando non se stesso direttamente, ma le caratteristiche di un suono, un’immagine o altro che sia condivisibile dal gruppo;
  • Riattivare dentro di sé parti importanti della propria sfera psichica, che siano connessi a ricordi, emozioni attuali, scambi relazionali, o altro;
  • Riscoprire interessi, abitudini, attività privilegiate in passato o nel presente;
  • Riattivare vissuti sepolti, richiamati dall’oggetto mediatore, in una sorta di “gioco” che si viene a creare nella mente del partecipante, fra rappresentazione interna, corrispondente all’emozione remota riattivata nel gruppo, e rappresentazione condivisa data dall’oggetto mediatore;
  • Partecipare, con tutto il gruppo e il conduttore, a una co-costruzione di significati che andranno a costruire una “cultura del gruppo” sulla base degli interessi e delle emozioni sperimentate insieme.

Quello che ha maggiormente colpito in quest’esperienza è stato il fatto che, oltre a sperimentare i fenomeni di gruppo che più tradizionalmente si osservano in una seduta psicoterapeuta, il gruppo degli anziani condotto si è da subito volto in modo deciso verso una serie di affetti e tematiche che si possono definire “esistenziali” o “trascendenti”. Ma come si lega tutto ciò alla problematica sempre più pressante data dalla qualità della vita degli anziani, segnatamente in relazione alle condizioni drammaticamente frequenti nell’anziano legate alla demenza e alla depressione? Le dinamiche psicologiche implicate nell’inserimento in Casa di Riposo vengono misconosciute: il risultato è la mancata elaborazione dei vissuti ( abbandonici, di solitudine, di paura ) che l’evento implica. Il forte rischio è quello dell’aumento progressivo dell’angoscia del ricoverato. Il risultato sarà quello di uno scoraggiamento dell’espressione psico-emozionale dell’ospite. Bisogna aggiungere che l’angoscia in una persona anziana sussiste semplicemente in ragione dell’idea dell’avvicinarsi, e del tentativo di non pensare alla morte; la fuga dalla consapevolezza, che la vita in una struttura sembra richiedere, può diventare un obiettivo. L’ipotesi che si cerca di sostenere è che esista un legame possibile tra persone affette da sindromi di demenza e persone non affette da demenza, accomunate tuttavia da una simile incapacità di fornire prestazioni cognitive a test standardizzati. E’ possibile che, l’anziano in difficoltà possa assumere una serie di comportamenti deficitarii, similari alla demenza; ovvero: la perdita di autonomia, il declino cognitivo, e la ricerca della malattia, sarebbero una parte di un determinato modo di comunicare nell’ambito di una condizione relazionale specifica (un approccio che apre alla possibilità di considerare il paziente anche a partire dalle abilità residue e non solo dai deficit). C’è dunque la possibilità per l’anziano di valorizzare la propria esistenza attuale, avvalendosi della sua esperienza, senza sentirsene prigioniero, al pari di ogni età della vita? Come si può facilitare questa facoltà? L’aspettativa della morte, congiuntamente alla constatazione della ridotta capacità dell’organismo di rispondere a compiti che spesso sono rispondenti ad aspettative eccessive, può far precipitare nell’angoscia , e portare a scegliere la strada della rimozione come rimedio all’evitamento dell’angoscia. Il trattamento in gruppo degli anziani è invece portatore di molti progressi, perché l’appartenenza a una rete sociale è in grado di proteggere da depressione e anche da demenza. La terapia di gruppo con l’anziano prevede la necessità di introdurre la sfera dell’esistenziale nell’esperienza. Essa prevede il confronto con il proprio limite, incluso quello estremo, il confronto con le perdite inevitabili vissute, e il recupero di un senso della propria esperienza, il tutto nella prospettiva di una possibile trascendenza. Lo scopo principale del gruppo con gli anziani è quello di cercare di non rimuovere la propria individualità, cercando di partire dalla propria interiorità. Nel gruppo di pazienti si sono posti naturalmente obiettivi individuali, tagliati sulle caratteristiche di ogni singolo partecipante, ma alcuni obiettivi sono comuni a tutto il gruppo:

  • Riduzione dell’isolamento: contrasto al declino delle abilità relazionali;
  • Condivisione dei vissuti: ri-motivazione alla vita relazionale e percezione dell’affrontabilità di emozioni dolorose senza riceverne danno;
  • Capacità simbolica: sviluppo e mantenimento di un’abilità elaborativa di significati affettivi e rappresentazioni, attraverso scambi di immagini, che favoriscono lo sviluppo di coscienza e soggettività , con un’incentivazione del pensiero.

Nel gruppo dei pazienti studiato, i partecipanti dovevano scegliere delle immagini da una serie di riviste, ritagliarle a piacimento e incollarle su un foglio secondo delle combinazioni personali, che poi sono state condivise con gli altri. Da subito il gruppo inizia ad esprimersi secondo un registro simbolico particolarmente ricco e significativo. Pur con diverse difficoltà che si presentano nel corso del ciclo degli incontri, c’è un forte orientamento alla consegna iniziale, cioè “lasciarsi toccare e ispirare dalle immagini”. E’ da sottolineare, lungo tutto il percorso, un processo di coinvolgimento in un’atmosfera di gruppo densa di significati, che viene raggiunta grazie alla scelta di immagini capaci di cogliere stati individuali, ed emozioni dei singoli pazienti, e procedere così verso una coesione , in evoluzione costante. Il clima emerso nella prima seduta di gruppo viene dominato dall’idea di una partenza, con l’aspettativa di avventurarsi in un regno caratterizzato da immensi spazi, potenzialmente portatore di emozioni di libertà e capacità rigenerativa; questo grazie anche a immagini di freschezza, di acqua e di montagna. A livello immaginativo domina decisamente un impulso vitale, che viene connesso alla dimensione relazionale, solitamente inibita in questi soggetti, ma resa possibile nel piccolo gruppo di psicoterapia. Nelle scelte dei pazienti, le immagini raccolte convergono verso la simbologia:

  • della madre: con citazioni varie delle funzioni familiari, protezione, calore, supporto e vicinanza;
  • animali;
  • atmosfere natalizie: come la consegna dei doni ai bambini;
  • scene di vita familiare;
  • ambienti domestici.

Nelle sedute successive si sono riproposti con una certa costanza gli stessi temi tra tutti i pazienti, scritti sopra; alcune volte sono comparsi: tribù esotiche, palme, deserti, cavalli, personaggi famosi. Il gruppo è stato capace di essere creativo, e in maniera coesiva rispetto alle idee e ai contributi dei singoli membri. Il centro di questo processo di gruppo è stata la rivelazione che il proprio sé non è centrato solo sulle varie perdite comportate dalla vecchiaia, e dall’eredità pesante di un’esistenza travagliata. Alla fine nel gruppo c’è stata una maggiore apertura rispetto ai propri contenuti dolorosi, e alle aree di perdita, perché si è accettato di provare dolore e nostalgia. Sembra acquisita la potenzialità di trovare energie riparative; quello di presentare difficoltà, per poi dire: “ma un po’ riesco lo stesso” sembra essere diventato un gioco che risponde alle regole della ripetizione, con la soddisfazione di trovare la soluzione, o di potersi accontentare, senza più vergogna e senza un clima di giudizio; e riuscendo così ad abbandonarsi un po’ di più al bello e al giocoso. Va però specificato che i risultati non sono stabili, e le emozioni non vengono rivoluzionate; però c’è l’opportunità di giovare di un’ esperienza diversa, che rende possibili visioni alternative della propria persona. In molti casi sembra di assistere ad un’opera strenua e sconcertante dell’istinto di morte, volta a rimuovere la propria individualità, anche a scapito delle facoltà cognitive, e della propria memoria. Tutto ciò è finalizzato alla rimozione dell’idea di una fine, portatrice di un grave carico d’angoscia, esasperato dalla condizione ambientale e relazionale propria di una casa di riposo. L’intervento dello psicologo su queste persone tende a scardinare questo tipo di atteggiamento difensivo, esponendo nuovamente l’individuo all’angoscia della morte: è la consapevolezza di essa a causare sofferenza. L’esperienza del Dottor Gianardi si può sintetizzare attraverso l’accompagnamento dei partecipanti alla costruzione di significati attraverso la sofferenza. Negare i propri limiti, le malattie, e la prospettiva psicologica della morte, intacca direttamente la percezione di se stessi. Il confronto con la morte diventa un compito da affrontare quotidianamente, esaminando ogni sua valenza per il soggetto e, assolvendo con pienezza il proprio compito evolutivo esistenziale finale. Questa operazione costruisce simbolicamente il proprio lascito: il gruppo dei pazienti ha inscenato, seduta, dopo seduta, questo fronteggiamento della minaccia della morte con lo strumento dell’abilità integrativa, sperimentando di volta in volta successi e insuccessi, sofferenze e speranze, disattese e rivincite, drammi e riparazioni nei riguardi dell’esperienza passata, così carica di sconfitte e colpe. I membri di questo gruppo hanno più o meno accettato la sfida di guardare verso il proprio destino, anziché negarlo; in questo modo hanno accettato un regolare confronto con il lutto, perché altrimenti la negazione conduce a un lutto vissuto eternamente nel presente. Poco prima della fase finale il gruppo dei pazienti ha instaurato spontaneamente un gioco rispondente alla regola della ripetizione. La ripetizione è una caratteristica dell’età avanzata, la quale dimostra una spiccata sensibilità al bello, estetico ed artistico. Nel gruppo questo è emerso varie volte, in diverse fasi: il bello non si stanca mai di essere vissuto, e in ciò permette il recupero di una sfera psicologica legata alla soddisfazione in sé e per sé, meno legata all’oggetto, o all’importanza della novità dell’oggetto. Ogni volta nel divertimento è come la prima volta, e in ciò c’è una presa di distanza dalla realtà reificata: valorizzare il bello significa, in questo senso valorizzare l’abilità del proprio sé, di percepire ed esperire la propria autocoscienza.

Fonti

Assistenza Anziani – settembre/ottobre 2011

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