COVID-19, soccorritori impegnati nella seconda ondata. Michela (ANPAS):”Mi chiedo come sia possibile tutto questo"

Soccorritori, una voce dall’ambulanza. COVID-19 sta mettendo in grande difficoltà il mondo dell’emergenza e del soccorso: i trasporti sanitari in ambulanza sono a ciclo continuo, i turni prevedono viaggi con paziente uno dopo l’altro.

Soccorritori, non solo COVID-19…ci sono pure i Covidiots!

Il tutto condito da aggressioni più o meno verbali da parte di gruppi di Covidiots, che in ossequio al loro negazionismo passano il tempo a inseguire ambulanze e a disturbare soccorritori e autisti soccorritori.

In tutto ciò, alcune testimonianze. Michela, volontaria della Pubblica Assistenza Fornacette, scrive questa:

Soccorritori: la testimonianza di Michela, alle prese con COVID-19

“Mi chiedo come sia possibile tutto questo.

Ho un attimo di sconforto e fisso a terra. Non so esattamente quanto tempo passa, ma la vista mi si annebbia e mi scende una lacrima.

Cerco di farmi forza e mi rialzo per andare a controllare la persona da noi trasportata in ospedale.

Ho il mio compagno di squadra a fianco, entrambi cerchiamo di guardarci negli occhi nonostante gli occhialini pieni di condensa, scambiandoci una parola di conforto ed un sorriso che non può esser vissuto a pieno visto i dispositivi di protezione addosso.

Chissà quando potrà salire su la paziente. In questo momento non è possibile, dobbiamo attendere ci dicevano.

Siamo in fila, siamo la quarta ambulanza ad attendere e purtroppo ostacoliamo pure il passaggio.

Siamo arrivati alle 14 ed è già passata un’ora. Un’infermiera molto gentile e disponibile è scesa a controllare i pazienti da noi trasportati.

Tutti stiamo bene, ma l’attesa sarà lunga e il freddo della giornata si fa sentire soprattutto perché siamo in una zona d’ombra dove si infrange il vento.

Ci troviamo a Cisanello, nel percorso pronto soccorso Covid e la mia mente viaggia nell’attesa, faccio riflessioni.

Portiamo via le persone dalle loro case e le trasferiamo da ospedale ad ospedale cercando di rassicurarle nel breve tragitto percorso, ma guardo i loro occhi e ascolto le loro parole e mi si riempie il cuore, non solo di rabbia, ma di dispiacere e sconforto.

Cerco di essere disponibile, mantenendo le distanze e prendendo i parametri per assicurarci la loro stabilità.

Sono persone, sono esseri umani. Noi siamo volontari, operatori sanitari, ma non è facile caricarci di così tante emozioni: la nostra mente ed il nostro corpo ne risentono.

La persona da noi trasportata è riuscita a salire in reparto qualche ora dopo.

La nosta vestizione completa è stata fatte alle 13.30, ma solo alle 19 ci siamo liberati da questo abbigliamento.

Era difficoltoso respirare e camminare. Ma la soddisfazione più grande è stata quando ho avuto il piacere di contattare il familiare e rassicurare che il proprio figlio fosse salito e in buone mani, pronto a ricevere le giuste cure.

Il ringraziamento e la voce tremante del padre è stata una rassicurazione del lavoro che facciamo”.

Michela Massei,  Pubblica Assistenza Fornacette – Anpas

Per approfondire:

Seconda ondata COVID-19, gli psicologi Anpas: il potere curativo della vicinanza emotiva

Fonte dell’articolo:

Sito ufficiale ANPAS

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