Ambulanze: il futuro è fermo? Dal passato ecco un mezzo intelligente

Un’ambulanza comoda per il paziente e per il soccorritore, accessibile sia da portelloni anteriori che posteriori, con la possibilità di caricare il paziente allineato con il senso di marcia e spazio per girare attorno al ferito in condizioni critiche. Fantascienza? No. Un medico, 30 anni fa, ha provato a disegnare un futuro così. Ma in Europa – e non solo – siamo rimasti fermi al passato.

Ancora oggi l’ambulanza ha un preciso scopo: trasportare velocemente un ferito o un malato dal luogo dell’incidente al Pronto Soccorso più vicino. E’ un’ottima funzione, oggi svolta al meglio dai mezzi costruiti secondo le vigenti normative. Ma non è davvero possibile fare di più?
Sfogliando vecchie copie di “Medicina Oggi” è tornato fra le mani un articolo su questo tema che anticipava di trent’anni il futuro. Il professor Enrico Bossi, allora aiuto Traumatologo, oggi Chirurgo al Policlinico di Milano e responsabile del servizio di Traumatologia d’Urgenza, disegnò con l’architetto milanese Rosangela Natale un mezzo speciale, unico nel suo genere. Un’ambulanza con vano di carico lungo, un centro mobile di soccorso pensato in maniera differente.
“Il malato o il traumatizzato è la figura centrale, per cui il mezzo, come un vestito, deve essere costruito su misura e non adattato da un veicolo di serie, per evitare che – per esempio – l’assale posteriore non cada sotto il corpo del trasportato, oppure che le sospensioni, studiate per carichi notevoli, non siano troppo rigide a cabina praticamente vuota”.

IL PROBLEMA CEN – Ma oggi non è ancora così. Nonostante 10 anni dopo questa proposta sia stato discusso il regolamento per disegnare le ambulanze del futuro, l’Unione Europea ha scelto la strada del furgone. Il Comitato Europeo di Normazione infatti ha proposto un regolamento – approvato nel 1998 – che porta le ambulanze ad avere forme standard e impostate su un’area rettangolare ben definita. Che però non tiene conto che ad essere trasportati sono esseri umani, non bancali. Così una parte della barella viene sempre a coincidere con uno degli assali del mezzo di emergenza. Sia nel caso di ambulanze per il trasporto lieve che per mezzi da terapia mobile intensiva, ci si scontra con un regolamento che impone un’area del comparto sanitario standard. Certo: si sono evoluti i sistemi di comunicazione, le attrezzature sono diventate sempre più adeguate agli spazi stretti e i carrozzieri hanno fatto veri e propri “miracoli” sugli standard attuali. Ma resta il problema della funzione primaria, che mette l’emergenza in condizioni di precarietà.

Cambiando ottica “l’autoambulanza perderebbe l’attuale aspetto limitato di mezzo di trasporto e diventerebbe il primo ambiente di cura: il paziente fin dall’atto del prelievo usufruirebbe di quella assistenza e di quel primo screening diagnostico che gli consentirebbero di raggiungere l’ospedale nelle migliori condizioni e quindi, oltre alla scelta dell’ospedale più consono, si annullerebbero i tempi di ricerca del posto letto e l’intervallo, spesso penosamente lungo, fra l’incidente e la fase terapeutica”. Parole di un medico che trent’anni dopo suonano ancora innovative, e dovrebbero far pensare su quale potrebbe essere lo sviluppo futuro delle nuove generazioni di ambulanze.

 

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