Ospedale: la mamma “non legale” non può far dimettere il figlio, delega o non delega

Ospedale, far dimettere il figlio non è procedimento così semplice quanto potrebbe apparire. O almeno, non lo è per tutti. Alessia Crocini, referente per il Lazio e l’Abruzzo dell’associazione Famiglie Arcobaleno, ha condiviso un episodio della sua storia personale, in cui non ha potuto portare a casa dalla clinica il figlio di 6 anni fino all’arrivo della madre legale

Storie di ospedale, una mamma racconta di suo figlio

“Mio figlio ha avuto una malattia autoimmune, si deve sottoporre ogni anno a follow-up pediatrici.

Quest’anno per la pandemia non potevamo entrare entrambi i genitori in ospedale e lui ha scelto me.

Io sono il genitore non legale, non riconosciuto dalla legge perché non l’ho partorito.

Ho seguito tutto il day hospital, con tutte le deleghe della madre legale in tasca, con l’ansia che qualcuno mi fermasse e mi dicesse che non avrei potuto essere lì con un bambino di sei anni.

Finiti gli adempimenti e le visite, ho dovuto subire l’umiliazione di non riuscire ad avere le dimissioni perché non ero la madre legale, nonostante le deleghe, ed è stata fatta salire la madre legale.

Tutto questo davanti a un bambino di sei anni, al quale non è facile spiegare che uno dei suoi genitori non è riconosciuto legalmente, perché l’omofobia e la mancanza di diritti per un bambino non sono così elementari”.

Non solo ospedale, le discriminazioni di un genitore (mamma o papà) non legalmente riconosciuto rispetto al figlio

È il toccante racconto che Alessia Crocini, referente per il Lazio e l’Abruzzo dell’associazione Famiglie Arcobaleno, ha voluto condividere con la Commissione Lavoro della Regione Lazio nel corso dell’audizione in merito al testo unificato delle proposte di legge n. 15, n. 105, n. 129 e n. 156 in materia di ‘Norme per promuovere l’uguaglianza e per prevenire e contrastare le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere’.

Un disegno di legge che l’associazione giudica “completo” e che, “in mancanza di una legge nazionale- sottolinea Crocini- potrebbe contribuire a rimuovere gli ostacoli e agevolare la vita delle famiglie omogenitoriali”.

Esistono “tanti tipi di discriminazione– sottolinea l’attivista e mamma-. In linea di massima l’omolesbobitransafobia che colpisce i genitori si riflette sui figli”, vittime a loro volta di discriminazioni.

“Questa non è una falla legale di diritti che la Regione può sanare- osserva- però la Regione così come tutte le amministrazioni che sono vicine ai cittadini possono aiutare nelle loro competenze a rimuovere questi ostacoli”.

L’omolesbotransfobia, infatti, non è “solo pugni o esser cacciati fuori da casa- avverte- I nostri figli vanno a scuola e negli ospedali e noi genitori viviamo con l’ansia che qualcuno ci dica: ‘Lei chi è?’. Su questo ci vogliamo battere.

Essere accolti e accolte è fondamentale soprattutto per bambini e bambine che non hanno nessuna responsabilità su questo”.

L’invito rivolto alla Regione è, quindi, a promuovere “campagne di comunicazione” e fare in modo che nei “tanti contributi erogati per la pandemia”, ad oggi destinati ai soli genitori legali, “possano essere coinvolti e riconosciuti tutti i genitori”, conclude Crocini.

Per approfondire:

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Fonte dell’articolo:

Agenzia Dire

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