Ospedali variopinti per facilitare il dialogo: a che punto siamo arrivati?

Quando accade qualcosa di brutto ad un proprio congiunto, è indubbio che, come cittadini comuni, entriamo in un universo parallelo” eppure decisamente dentro alla nostra società: quello del soccorso e della cura alla persona. 

Ne conosciamo l’esistenza, ma lo guardiamo con poca attenzione e, talvolta con un po’ di sufficienza. E poi…tac: all’improvviso diventano le persone più importanti della nostra vita. 

Mettiamo piede in un Pronto Soccorso, e quindi in un reparto. Preoccupati, tesi, con il cuore colmo di sentimenti altalenanti, circondati dal viavai indaffarato di divise variopinte. 

Già, perché l’epoca dei camici tutti bianchi è stata archiviata da un po’, ed oggi ogni ruolo viene definito anche sul piano visivo da una precisa alternanza di tinte.

Il che, in tempi piuttosto rapidi, agevola il dialogo tra operatore e paziente o familiare di paziente. 

E’ questo l’intento che ha spinto, solo alcuni anni fa, al cambio di direzione sul tema. 

I medici, per esempio, hanno mantenuto il classico camice bianco. Ma se li vediamo in verde, sono collegati al comparto operatorio, e qualche volta li potremmo trovare in divisa blu, perché in numerosi nosocomi la terapia intensiva ha divise proprie. 

A pochi mesi dalla propria introduzione, gli schemi si sono fatti meno rigidi, e i colori hanno iniziato da territorio a territorio, talvolta anche tra ospedali della stessa città. 

In linea di massima le divise bianche con bordino blu vengono affidate spesso agli operatori socio-sanitario, quelli con bordino verde agli infermieri generici. Le persone con responsabilità apicale, per esempio i capisala, hanno i medesimi colori della divisa prescelta per il ruolo, ma a colori invertiti. Per esempio i capisala, sovente, hanno la divisa verde col bordino bianco. 

E altre figure professionali, come possono essere tecnici di laboratorio o il personale amministrativo, hanno a loro volta una bordatura al colletto specifica. 

Un bel marasma, eh?

Effettivamente una mancanza di omogeneità a livello nazionale inficia un bel po’ il lodevole intento iniziale, quello di agevolare il dialogo tra degente o familiare e personale socio-sanitarioDa questo punto di vista sarebbe forse consigliabile una riflessione generale. 

Ma resta intatto però un fattore positivo, proprio nel micro-cosmo di cui abbiamo accennato nelle righe iniziali: la volontà di agevolare un rapporto, di abbattere il muro iniziale che naturalmente esiste tra chi soccorre e chi soffre. 

PER APPROFONDIRE:

Autista soccorritore, l’importanza del dialogo con il paziente

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