Lavori di pubblica utilità e messa alla prova: il convegno di ANPAS

Si è svolto sabato 23 gennaio in videoconferenza sulla piattaforma Zoom di ANPAS, il convegno “LAVORI DI PUBBLICA UTILITÀ E MESSA ALLA PROVA: il contributo delle organizzazioni di volontariato”

Con l’incontro, moderato da Carlo Castellucci, Anpas ha approfondito sia gli aspetti burocratici amministrativi che quelli sociali dei lavori di pubblica utilità e di messa alla prova.

Dal monitoraggio sulle politiche sociali delle pubbliche assistenze, svolto tra agosto e novembre 2019, è emerso che circa la metà di associazioni svolge o ha svolto attività di accoglienza in collaborazione con i Tribunali.

L’emergenza sanitaria ha in parte modificato e rallentato questa attività che rimane comunque un’importante occasione di apertura delle Associazioni alle comunità.

Convegno di ANPAS, gli abstract degli interventi:

Gianluca Zarra – Da un monitoraggio realizzato dal Gruppo di Lavoro nazionale (2019) risulta che circa la metà delle associazioni aderenti ad ANPAS sono coinvolte nei Lavori di Pubblica Utilità o nella Messa alla Prova, un’attività importante non solo come forma di giustizia riparativa per giovani ed adulti, ma anche come occasione per aprire le pubbliche assistenze alle comunità.

Alcune associazioni hanno realizzato percorsi individualizzati per accogliere minori, in forte sinergia con gli Assistenti Sociali e con gli Istituti scolastici.

L’incontro nasce dal bisogno di focalizzare gli aspetti sociali ed organizzativi di questa esperienza, anche dal punto di vista delle responsabilità, dal momento che è emersa una diversa organizzazione sui territori.

Come rete associativa nazionale vogliamo accompagnare le Associazioni in questa attività, cercando di migliorare i rapporti con i Tribunali e con gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (UEPE), creando insieme un nuovo modello di integrazione.

Alessandra Severi (avvocata, Garante dei Diritti Detenuti di Lucca) – Disciplinato dal D.M. 26/03/2001, il lavoro di pubblica utilità si applica con una sentenza e riguarda generalmente soggetti liberi, non sottoposti a custodie cautelari in carcere o a regime detentivo.

Si tratta di una prestazione di attività non retribuita a favore della collettività da svolgere presso enti o associazioni.

Il fine è quello di ridurre il ricorso alla pena carceraria e offrire la possibilità di responsabilizzazione e risocializzazione

Tra le criticità per le associazioni disponibili per la MAP e LPU ci sono:

  • Convenzionamento – Le associazioni che si offrono per accogliere soggetti in LPU o in messa alla prova sono molteplici, ma per essere inserite nelle liste dei Tribunali devono avere determinati requisiti e essere sottoposte ad una procedura di convenzionamento.
  • Assicurazione –  Le persone in messa alla prova o LPU che si recheranno presso le associazioni avranno copertura assicurativa, solitamente da parte dell’Inail che si attiva su input della procedura di convenzionamento (Uepe-Tribunale); a volte capita che per le piccole associazioni sia difficile attivare la copertura assicurativa Inal, e debbano essere attivate assicurazioni private.
  • Difficoltà per l’utente e per l’Uepe di mettersi in contatto con le associazioni o trovare associazioni disponibili. È stato attivato un numero verde regionale 800909922 Punto di riferimento per avvocati, utenti in MAP e UEPE territoriale. Gli imputati possono contattare per ricevere un supporto nella ricerca di un possibile ente disposto ad accoglierli nel percorso di LPU e MAP.

Filippo Daidone (assistente sociale, Uepe Firenze) – La messa alla prova consiste nella sospensione del procedimento penale per i reati di minore allarme sociale (la norma nello specifico prevede dei presupposti oggettivi e soggettivi per l’accesso alla misura) e comporta “la prestazione di condotte volte all’eliminazione delle condotte dannose o pericolose, derivanti dal reato, nonché, ove possibile, il risarcimento del danno dallo stesso cagionato”.

Elemento centrale della messa alla prova è elaborazione di un programma di trattamento ove sono indicare varie prescrizioni/condotte da mantenere durante la MAP, forme di coinvolgimento della persona e del proprio nucleo familiare, “può implicare, tra l’altro, attività di volontariato a rilievo sociale” ed in fine (ma non per importanza in quanto costituisce condicio sine qua non per l’ammissione alla sospensione del procedimento con messa alla prova) la prestazione di lavoro di pubblica utilità.

Da rilevare e promuovere ulteriormente, sono tutte quelle forme di co-progettazione nel territorio di interventi in favore della persona, indagata/imputata o condannata, volti ad un recupero sociale, al reinserimento lavorativo, al sostegno economico, a supporto socio-culturale ed alla promozione della sicurezza sociale nelle comunità.

Cristina Galavotti, Assistente sociale – Criminologa Forense, Responsabile Sede UEPE Arezzo (Ministero della Giustizia), Docente UniPi.

In Italia il servizio sociale penitenziario degli adulti, insieme ad altri esperti, alla sua nascita, è stato inserito nel Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia con interventi negli Istituti penitenziari e con un progressivo ampliamento di competenze nell’area delle misure alternative al carcere, oggi area di intervento dominante.

L’evoluzione e il cambiamento del sistema sociale e quindi del sistema giustizia ha influito nella diversa impostazione del Servizio Sociale, che pur mantenendo fermi modelli e strumenti professionali ha diversificato nel tempo le aree di intervento e le modalità di azione, programmazione e progettazione nel sistema giustizia.

I bisogni della persona sono stati posti al centro del dibattito tecnico scientifico con il passaggio al modello riabilitativo, di stampo positivista, che caratterizzò le trasformazioni sociali degli anni che seguirono la rivoluzione culturale del ’68.

Un determinante cambiamento culturale, che ha determinato anche una modificazione degli approcci metodologici del servizio sociale, è legato all’introduzione del sistema di probation ovvero del di giustizia riparativa e di comunità.

I processi di gestione riparativa dei conflitti legati al reato, infatti, si configurano come intervento complesso, caratterizzato da una drastica riduzione dell’uso delle agenzie di controllo formale, che deve essere sostenuto da tutte le risorse disponibili nell’ambiente e nella comunità in cui i soggetti coinvolti vivono.

La recente istituzione del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, con il DPCM n. 84/2015, e quindi il passaggio delle competenze dell’esecuzione penale esterna dal DAP a questo nuovo dipartimento, ha unificato a livello centrale, l’organizzazione e le competenze dell’area penale minorile con quella degli adulti, nella comune logica dell’attività trattamentale esterna relativa agli autori di reato, della prospettiva risocializzante e del reinserimento nel territorio.

Il servizio sociale in carcere rimane quindi area non più dominante come era previsto nell’OP del 1975 ma figura di consulenza per l’osservazione (attività residuale e finalizzata solo all’accesso delle misure alternative) modificando sostanzialmente la sua presenza in carcere e nelle attività intramurarie di osservazione e trattamento.

Attualmente il servizio sociale lavora, quindi principalmente sulle misure di probation, nell’area dell’esecuzione penale esterna, e solo nell’osservazione intramuraria e trattamentale interna come consulente per le competenze di accesso alle misure alternative in carcere.

Per approfondire:

Contributi per l’acquisto di ambulanze e strumentazione per ambulanza: le indicazioni di ANPAS

Fonte dell’articolo:

Sito ufficiale ANPAS

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