Primo maggio 1994, Ayrton Senna: approccio alla morte di un dio minore

Qualunque persona che riveda la registrazione del GP di Imola del primo maggio 1994 sentirà nella gola formarsi un groppo fortissimo. Qualunque appassionato di corse, piangerà. Ma dopo 23 anni di quel terribile week-end di morte, ci rimangono alcune cose da analizzare dal punto di vista del trauma e del soccorso effettuato da un giovane ma efficiente 118. Ne abbiamo parlato con il medico rianimatore Alessandro Misley, che operò su Ayrton Senna e lo accompagnò fino all’Ospedale Maggiore di Bologna.

c95c745f35e16b09aa331a0a4fdf58b9IMOLA – L’incidente mortale di Ayrton Senna è stato il momento più straziante della storia della Formula Uno. E’ avvenuto nel fine settimana di gara con più incidenti gravi mai vissuti nella storia del Circus. Al venerdì Barrichello, al sabato lo schianto mortale alla Tosa di Roland Ratzenberger, alla domenica prima i detriti dell’auto di JJ Letho che feriscono 5 persone in tribuna (due gravemente), poi la morte di Senna. Allora il 118 di Bologna operava con una gestione dedicata sul posto e un’organizzazione invidiabile lungo il percorso, sia per i piloti che per il pubblico. Era il 1994 ma su Imola si poteva già attivare un distaccamento del 118 per ricevere le chiamate d’emergenza e intervenire localmente, senza passare da Bologna. C’era un PMA per il servizio sanitario al pubblico e diverse postazioni con ambulanze e soccorritori a piedi pronti a soccorrere i piloti, insieme ai commissari tecnici e ai famosi “Leoni” della CEA. E poi c’erano due equipe medicalizzate ad alto livello, su auto Alfa Romeo guidate da piloti di formula 3, che dovevano intervenire rapidamente. Una alla Tosa e una alla variante Alta, capaci in pochi minuti di essere in ogni punto del circuito girando in senso di marcia.

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La Williams Renault di Ayrton Senna dopo lo schianto. Si nota il sangue a terra del pilota e parte delle attrezzature usate per medicare il pilota e procedere all’immobilizzazione e al trasporto

L’incidente a Senna è forse stato il caso di trauma da impatto ad alta velocità più seguito e visto in tutto il mondo. I medici che sono intervenuti allora sono stati fra i migliori specialisti in Italia, preparati e appassionati. Il dottor Gordini, il medico della FIA Sid Watkins ma soprattutto gli anestesisti rianimatori e i chirurghi che erano sulle auto di intervento a bordo circuito. Abbiamo potuto parlare con il dottor Alessandro Misley, specialista in anestesia-rianimazione che ha lavorato per anni nel 118 di Bologna, di Modena e di Pavullo, lavorando specialmente in elisoccorso. E’ a lui che abbiamo chiesto di ripercorrere quell’evento, a 23 anni di distanza da quel primo maggio. Detta dell’organizzazione capillare dei soccorsi sanitari, bisogna anche aggiungere che l’elisoccorso bolognese è stato molto rapido nell’intervento, anche per via dello stazionamento su Imola durante la fasi iniziali del Gran Premio. All’epoca infatti non era obbligatorio avere un elisoccorso presente durante tutta la gara, ma un velivolo restava nei paraggi durante i primi 5 giri del GP. Se non c’erano problemi, il velivolo rientrava per gli altri servizi. E quel giorno, di problemi ce ne furono parecchi. In particolare però, ci furono una  dozzina di uomini che cercarono di strappare Ayrton Senna, il Dio della Formula Uno, alla morte.

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Il dottor Alessandro Misley

Dottor Misley qual’è stato l’approccio alla scena, da dove è arrivato?
Bisogna dire che nel 1994 l’azione del soccorso non era dissimile da quella odierna. Io ho iniziato a prestare servizio a Imola a parte dalla fine degli anni 80. Avevamo ambulanze, auto medicalizzate e postazioni appiedate. In più c’erano due veicoli di soccorso avanzato, di cui io facevo parte. A bordo avevamo un autista, un infermiere e due medici, che erano solitamente un anestesista e un chirurgo. Il mio equipaggio era alla Variante Alta, l’altro alla Tosa. In tempi brevi potevamo coprire il circuito andando in senso di marcia. In più c’era sempre disponibile l’elisoccorso e l’elicottero FIA, che era a centro pista ma non era attrezzato in rianimazione.

Noi che c’eravamo, quel week-end del 1994 l’abbiamo chiamato il week-end maledetto. Il venerdì io estrassi dalla Jordan ribaltata Rubens Barrichello, che si era per fortuna fatto poco. Il sabato è morto in pista Roland Ratzenberger, deceduto sul colpo per la decelerazione subita. La domenica invece, alla partenza è iniziato tutto male con una gomma che è entrata sulle tribune, provocando un paio di feriti. Poi durante la gara è successo ciò che è successo ad Ayrton. E infine a pochi giri dal termine – ma io ero a Bologna con Senna – una gomma è andata a colpire tre meccanici”.

“Tornando all’evento – spiega Misley – io ero in postazione alla Variante Alta, con la squadra di estricazione. Ci hanno detto della bandiera rossa e appena ci hanno dato pista libera siamo partiti e siamo arrivati sul posto. Non sapevamo nulla, né cosa fosse successo, né chi fosse il pilota. Era già intervenuta la medicalizzata che stava a pochi metri di distanza, e aveva provveduto all’estricazione. Era già stato tolto il casco e la situazione era drammatica”.

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Lo schianto di Barrichello alla Variante Bassa di Imola nel 1994

“Clinicamente, Ayrton era in gasping, aveva una copiosa uscita di sangue dal naso e dalla bocca ed era in stato di coma completo. Nessuna apertura degli occhi, nessuna risposta verbale, nessuna risposta motoria. L’attività respiratoria era ridotta ma la attività cardiaca era presente. Abbiamo cercato quindi di effettuare l’intubazione per migliorare l’ossigenazione e la respirazione, ma l’intubazione era difficoltosa perché il sangue che era uscito copioso da sangue e bocca era anche in gola, e c’era materia cerebrale. E’ apparso chiaro che c’era una frattura della base cranica, dovuta all’impatto. Per questo motivo abbiamo effettuato una tracheotomia, passando più a valle per ossigenare e ventilare. Nel frattempo abbiamo recuperato due accessi venosi, abbiamo posizionato il collare cervicale, e abbiamo stabilizzato il paziente. Dopodiché abbiamo iniziato le procedure di immobilizzazione, utilizzando all’epoca la cucchiaio, un materasso a depressione e appunto il collare.

Come vi siete organizzati?
Eravamo in diversi colleghi sulla scena, abbiamo cercato di organizzarci come si deve sempre fare in emergenza. La differenza era che c’era Senna, che c’era l’elicottero dalla Rai sulla testa che ci inquadrava, che avevamo il pubblico vicino alla rete che ci guardava. La complicanza è stata quella soprattutto, che ha messo pressione.
Nella situazione – che era drammatica e c’era bisogno di fare molto rapidamente un trasporto in ospedale – abbiamo tenuto sotto controllo saturazione, battito e pressione. Eravamo anche sotto il sole a picco.

Il momento dello schianto. La squadra più vicina con i leoni della CEA, dietro al guard rail, più indietro, era già pronta una squadra in ambulanza

Il momento dello schianto. La squadra più vicina con i leoni della CEA, dietro al guard rail, più indietro, era già pronta una squadra in ambulanza

Il fatto di vedere che era Senna è stato un momento di pressione in più: siete riusciti lo stesso a coordinarvi bene?
Non sapevamo chi fosse il pilota al nostro arrivo. E’ stato un fulmine a ciel sereno, non avremmo mai pensato al più bravo di tutti. Ma in pista, la condotta sanitaria è la medesima che si fa su strada, complicata dall’enorme pressione che hai addosso. Per quanto riguarda l’estricazione poi all’epoca era diversa. Noi ci abbiamo messo molto poco ad arrivare sul posto, meno di 4 minuti. E quando siamo arrivati Senna era già stato estricato. Oggi le cose sono più facili e per fortuna i problemi di mobilizzazione oggi sono minori. Una cosa che però bisogna dire è che quando si va su scene simili, bisogna già sapere chi fa cosa: impartire i compiti e far fare le cose a una persona soltanto è importante. Ci deve essere chi rileva i parametri, chi ventila, chi si occupa dell’immobilizzazione, chi si occupa degli accessi. Bisogna saperlo prima, sempre, perché così si evita di fare caos.
Possiamo solo rivedere la situazione tragica nei video online, e poi la Larrousse di Eric Comas, bloccata prima che arrivasse troppo vicino all’elicottero…
Ci siamo resi conto di tutto, per fortuna il pilota si è reso conto anche lui di quello che succedeva. La situazione lì è stata coordinata dal team leader sull’area, dal commissario che doveva tenere la zona sicura. E’ come nel servizio sanitario, il leader è il primo che arriva, credo fosse il dottor Pez il primo. Poi siamo subentrati noi come equipe avanzata e poi è arrivato il dottor Piana con Watkins e hanno osservato e coordinato l’azione finale prima che Senna venisse portato via.

 

Una fase del soccorso ad Ayrton Senna.

Una fase del soccorso ad Ayrton Senna.

Il trasporto – se non sbaglio dalle immagini è stato usato un materasso a depressione – è avvenuto rapidamente ma con grande attenzione…

Si, siamo atterrati al Maggiore in piazzola e ci hanno accolto subito con l’equipe medica. C’era la dottoressa Fiandri. Lì hanno continuato le manovre rianimatorie, era già pronto il sangue. Senna è stato portato in TAC ed è stato confermato il danno cerebrale importantissimo con tutto quello che ne consegue. La frattura frontale non era grave e centra poco nelle cause della morte. E’ successa una cosa che oggi, con i sistemi di contenzione come il LANS, avrebbe causato meno danni. Fra la struttura della macchina, la cintura a sei punti, il rollbar… l’unica cosa che era libera era la parte della testa e il collo. Con l’impatto generato dallo schianto a duecento all’ora, tutti i G liberati si sono spostati sulla base del cranio. Forse con il Lans si sarebbe attenuato. Bisognerebbe forse fare come nelle formule americane dove il casco è collegato al roll-bar.

Poi c’è l’aspetto dello stress, del burn-out. E’ stato pesante?

Si è stato pesante… molto pesante. Ma faccio questo lavoro, lo faccio da tanti anni, vado ancora su gare e rally, che sia Senna, il pilota del rally amatoriale o una persona sulla strada, il lavoro deve essere fatto bene, e bisogna cercare di mantenere un distacco, L’importante è non farsi coinvolgere emotivamente. L’obiettivo è avere lucidamente in mente le regole e la prassi. Non vuol dire esser robot. Siamo esseri umani e il coinvolgimento c’è sempre. Ci vuole… “freddezza operativa”. Senna è il caso eclatante, ma quando capita in autostrada il ragazzo di 18 anni o il bimbo di tre anni che dopo un incidente vola via, sono situazioni drammatiche che ti coinvolgono. Se riesci a mantenere la freddezza è la cosa positiva.

 

Autore: Mario Robusti
Si ringrazia: Fabio Mora

L'autore

Mario Robusti

Classe 1983, giornalista pubblicista, soccorritore volontario con certificato BLS-D, giornalista pubblicista, dal 2006 ha collaborato con: Radio Bruno, Teleducato, Polis Quotidiano, La Repubblica, Quotidiani Online, Tiscali. Scrive e lavora nella redazione di Emergency Live dal 2014.

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