A gamba tesa nella vita (degli altri): i disturbi da stress e i famigliari delle vittime

A gamba tesa nella vita (degli altri): i disturbi da stress e i famigliari delle vittime

Quante volte sono entrato a gamba tesa, nella vita degli altri. Una chiamata disperata al 118, l’invio di un mezzo di soccorso avanzato, un essere umano privo di vita.

Come tanti di voi, ho violato la serenità apparente di molte esistenze, osservando negli occhi di chi assisteva ai miei sforzi rianimatori la speranza, affinché fosse evitato ciò che nessuno di noi vorrebbe toccare. Occhi terrorizzati di chi sa che, d’ora in poi, la vita non sarà più comunque la stessa. Di chi non è mai pronto a subire il passaggio di chi si ama./p>

Tra un massaggio, un tubo siliconato, una siringa con adrenalina, ho intercettato la disperazione di chi mi è intorno, più o meno consapevole di ciò che quel trattamento significa. Istanti, micro-frame di vita che non si dissolveranno mai. Per tutti i protagonisti.>

Dopo anni di emergenza territoriale la tensione per il riuscire ad eseguire correttamente la tecnica rianimatoria si è trasformata in profondo sentimento di compassione per chi “rimane”. Un sentimento poco definibile, quanto intenso, fatto di un mix di tenerezza, senso di protezione innato, calore. Quasi  cercassi un profondo, avvolgente abbraccio da lanciare, a mò di salvagente,  a chi sta annaspando nell’acqua torbida.

Negli anni sono cambiate mille volte le linee guida che indicano come eseguire una corretta rianimazione cardiopolmonare avanzata, ma ciò che non cambia mai è ciò che ognuno di noi, nel più profondo del proprio animo, sente. Indefinibile sentimento di cui, un medico o un infermiere dell’emergenza territoriale, è sempre testimone.

Mi sono chiesto tante volte quale fosse il grado di violenza con il quale entravo nella vita di un nucleo famigliare: arrivando di corsa, facendo fracasso, spesso spostando grossolanamente di tutto per farmi largo, con determinazione da soldato speciale. E’ inevitabile, lo so, ma quanto costa a chi assiste ? E poi, è corretto permettere loro di assistere a tale invasione o meglio confinarli in un luogo più sicuro e protetto ?

Nel 2013 un folto gruppo di ricercatori francesi in forza al servizio di emergenza territoriale francese (SAMU) pubblica, su NEJM (full text disponibile), un’interessante risposta a questo mio drammatico dubbio.

 

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