Abbiamo un grosso problema con i batteri, e questa sarà l’emergenza sanitaria del futuro

I batteri e la loro capacità di resistere agli antibiotici sono un problema al centro di studi da diversi anni. Ma proprio ieri EFSA, l’autorità alimentare europea, ha lanciato un allarme da tenere in grande considerazione: il batterio della salmonella è ormai ad altissima farmacoresistenza. Quali saranno i problemi futuri?

 

PARMA – Quando si pensa ai super batteri si ha sempre l’idea di qualcosa di straordinario che va combattuto temporaneamente e poi, in qualche modo, l’emergenza rientra. Ma la realtà non è affatto così. In questi anni le grandi ONG mondiali si sono occupate del problema dei batteri super-resistenti. Il problema colpisce l’uomo e gli animali quasi allo stesso modo. Grandi strutture come il WHO e grandi centri di ricerca nel mondo stanno provando ad affrontare il tema da un punto di vista sistemico, che non si basi più sulla forza e la funzionalità degli antibiotici. I batteri sono parte viva e attiva nel nostro corpo, e il nostro sistema immunitario li riconosce e li tratta in maniera differente. Ma non più come una volta. Colera, difterite, gastroenterite, polmonite, tubercolosi e tifo sono solo alcune delle malattie batteriche più conosciute e pericolose, e il loro trattamento si è sempre basato sulla forza degli antibiotici. Ma i batteri – evolvendo – si stanno rinforzando sempre di più e sta diventando sempre più complesso ucciderli. Inoltre la maggiore forza dei batteri aumenta la loro capacità riproduttiva e la loro capacità di trasmissione.
Negli anni, le terapie antibiotiche, ma soprattutto i vaccini e i programmi di immunizzazione di massa sono stati in grado di eliminare, nei paesi industrializzati, molte delle malattie infettive più pericolose, come la lebbra, la peste o la difterite. Ma l’allarme lanciato da EFSA a febbraio 2017 dice una cosa molto seria: L’antibiotico non è più così efficace. E’ il caso di muoversi in maniera più articolata.

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive hanno infatti lanciato un allarme specifico perché le morti correlate alla batterio resistenza sono state 25 mila. Un numero esorbitante a prima vista, che però vede nell’ampio spettro di attività delle infezioni batteriche una prima ragione.

Efsa ha voluto evidenziare i problemi più importanti che riguardano le infezioni batteriche con contagio alimentare. Salmonellosi, Escherichia coli e campilobatteriosi da carni suine e bovine sono aumentare. Quest’anno l’EFSA ha trasmesso i risultati dell’analisi dei dati di tutti gli Stati membri dell’Ue per il 2015, incentrati su suini e bovini. Il prossimo anno il rapporto riguarderà polli da carne, galline ovaiole e tacchini.

Il dato più preoccupante – come riportato da Repubblica Parma – è che la multifarmacoresistenza nei batteri di Salmonella risulta alta in tutta l’Europa. Tuttavia, la resistenza a farmaci di importanza primaria, usati nella terapia di casi gravi di salmonellosi nell’uomo, rimane bassa. Le resistenza si sviluppa soprattutto in batteri che sono venuti a contatto con antibiotici e che hanno conseguentemente attivato meccanismi di difesa. Per questo è fondamentale ridurre l’uso di tali farmaci, sia in ambito sanitario che nella produzione alimentare.

Proprio recentemente l’Efsa ha pubblicato un parere scientifico che valuta tutte le misure che possono essere prese per diminuire l’utilizzo di antibiotici negli allevamenti.

Nel rapporto si evidenzia che i livelli di resistenza agli antimicrobici in Europa continuano a variare in base alla regione geografica: i Paesi dell’Europa settentrionale e occidentale hanno generalmente livelli di resistenza inferiori a quelli dell’Europa meridionale e orientale.

E’ stata anche elaborata un’infografica molto interessante e intuitiva che mostra i livelli di resistenza ai diversi antibiotici in vari tipi di batteri e nei vari paesi europei.

Marta Hugas, responsabile dell’Unità Pericoli biologici e contaminanti dell’Efsa, spiega così il fenomeno: “Queste variazioni geografiche sono probabilmente riconducibili alle differenze d’uso degli antimicrobici nell’Ue. Ad esempio i Paesi in cui sono state intraprese azioni per ridurre, sostituire e ripensare l’uso degli antimicrobici negli animali mostrano livelli inferiori di resistenza agli antimicrobici e una tendenza al calo”.

Oltre il 10% dei batteri di Campylobacter coli raccolti da esseri umani hanno mostrato resistenza a due antimicrobici di importanza primaria (i fluorochinoloni e macrolidi), che vengono impiegati nell’uomo per curare gravi infezioni. La campilobatteriosi è la malattia veicolata da alimenti più comunemente riferita nell’Ue.

Batteri di Escherichia coli resistente a penicillina e cefalosporine sono stati trovati in carne di manzo, nella carne di maiale, e in maiali e vitelli, in percentuali da basse a molto alte a seconda del Paese. E’ stata riscontrata una resistenza alla colistina a livelli molto bassi in Salmonella ed E. coli in suini e bovini. L’uso della colistina per controllare le infezioni degli animali, in particolare dei suini, è comunemente ammesso in alcuni Paesi. In determinati casi può essere utilizzato nell’uomo come antibiotico di ultima istanza.

UNA INTERESSANTE DISCUSSIONE SU EMPILLS

Il tema della prescrizione di antibiotici ai pazienti è al centro di molte discussioni, e bisogna sicuramente migliorare il modo in cui la medicina tratta questo tipo di problema. EMPills ha discusso poco tempo fa un’uscita su Cochrane dedicata proprio al metodo che i medici in ospedale dovrebbero utilizzare per prescrivere gli antibiotici (LEGGI QUI).

E’ noto che l’antibiotico resistenza rappresenta un problema nodale per la salute pubblica.

Prescrizione diffusa e inadeguata di antibiotici, sia per quanto le indicazioni che per la durata, ha portato a selezionare germi non più contrastabili cion l’attuale armamentario terapeutico.

Il risultato? Un diffuso aumento della mortalità e della durata del ricovero ospedaliero. Diversi studi hanno dimostrato che in circa la metà dei casi i medici ospedalieri non prescrivono antibiotici in modo adeguato.

 

Nella revisione Cochrane sono stati individuati 221 studi portati a termine negli Stati uniti, in Europa, Asia, Sud America e Australia.

Gli studi erano orientati a valutare interventi su medici prescrittori in un setting ospedaliero di pazienti acuti e di chirurgia elettiva.
Gli interventi erano sostanzialmente riconducibili a due tipologie:
  • interventi restrittivi che obbligavano i medici a seguire determinate regole prescrittive
  • tecniche basate su consigli e feedback volte a una prescrizione più consapevole

In entrambi i casi l’obiettivo era aumentare l’adeguatezza prescrittiva degli antibiotici da parte del medico, in modo da limitarne la somministrazione ai pazienti che ne avevano veramente bisogno.

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