Ad un anno dal sisma in Emilia

Ad un anno dal sisma in Emilia

Le scosse che hanno devastato l’Emilia, principalmente la provincia di Modena, esattamente un anno fa sono ancora segno tangibile e probabilmente ricordo indelebile nella mente  delle persone che hanno vissuto il sisma in prima persona. Mirandola ad esempio, uno dei centri più colpiti, è ancora letteralmente un accampamento di containers e gli abitanti aspettano ansiosamente la ricostruzione delle nuove abitazioni. La visita in quei luoghi nei giorni scorsi da parte del presidente della Camera, Laura Boldrini, è sembrata un segnale di buon auspicio a discapito di tutta quella serie di odiosi sospetti di infiltrazione mafiosa in alcune gare d’appalti che hanno scatenato diverse polemiche attorno ad un atroce dubbio: la ricostruzione avverrà con accuratezza massima o vi saranno crepe già nelle fondamenta del processo di ripristino?

Se si pensa che il governo italiano di quesati tempi ha avallato la maxi produzione di armamenti per una spesa folle di milioni di euro qualcosa ci si sarebbe forse aspettato di più dall’unica vera minaccia reale che l’Italia ogni anno incorre: il pericolo terremoti. Un’inchiesta dell’Espresso molto ben curata da Fabrizio Gatti, ha messo in luce attraverso la Banca Dati della Protezione Civile una serie di statistiche su quanto si è fatto in materia di prevenzione anti-sismica negli ultimi tempi che assume connotati agghiaccianti. Pare proprio che se si verificasse un terremoto a Catania, i morti e i feriti coinvolti potrebbero essere 161.829, a Messina 111.622, a Catanzaro 45.991 (se si pensa che la popolazione del capoluogo calabrese conta circa 90.000 abitanti!). Anche Roma avrebbe circa 6000 abitanti tra morti e feriti, Milano 962 persone rimarrebbero coinvolte, e le cifre impietose non si fermano: Verona 7.601, Belluno 17.520 eccetera.

Ci sono zone dove il ricordo del terremoto nel nostro paese talmente è indelebile che nulla di preventivo e sicuro però si è effettuato nella ricostruzione degli edifici. Casi imbarazzanti dove si evince la noncuranza nel ricostruire in maniera anti-sismica proprio in quelle zone dello stivale notoriamente colpite dai terremoti. Dall’Irpinia alla provincia di Udine, per non parlare deglle impetose contraddizioni del post-terremoto dell’Aquila; la ricostruzione è sempre apparsa in Italia come un catino confuso, probabilmente sì di tante idee ma forse di poca effettiva prevenzione. Non esistono veri e proprio piani comunali di sfollamento e di evacuazione in parecchie città del meridione e non che al Nord la situazione appaia più controllata. Nuove mappe sismiche stanno inoltre stanno mettendo in evidenza che alcune zone dello stivale, vedesi la Pianura Padana, un tempo considerate immuni da eventi così tragici, purtroppo non sono più sicure come prima. 

Gli esperti dichiarano come si debba stare molto attenti in questi anni ai movimenti della terra sotto le fondamenta di alcune cittadine della Calabria e della Sicilia Orientale, i dati parlano di zone ad altissimo tasso sismico dove da circa 18 anni nel sottosuolo nulla si muove e ciò non può che far altro che creare apprensione. Il database della Protezione Civile afferma inoltre che in Giappone, con terremoti di portata straordinaria, in rapporto a città per lo più superiori ai 100.000 abitanti, solo una media di 50 – 250 persone per centro abitato sarebbe eventualmente a rischio tra morti e feriti.

Non è possibile scientificamente prevedere con esattezza l’avvento di un terremoto ma in Italia si può e si deve fare di più, il paese necessita di un robusto apparato preventivo attento ad ogni minimo dettaglio e preparato ad ogni tragica eventualità.

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