Cos’è il gomito del tennista? Scopriamo l’epicondilite

In gergo chiamata “gomito del tennista”, l’epicondilite consiste in un processo degenerativo a carico dei tendini del gomito

Epicondilite: cos’è il “gomito del tennista”?

Più correttamente, il suo nome è epicondilalgia laterale, infatti, se fino a qualche tempo fa la sua eziologia veniva considerata di tipo infiammatorio, i recenti studi scientifici hanno dimostrato è causata è una degenerazione tendinea conseguente ad un utilizzo ripetitivo del distretto corporeo.

Si stima che ne soffra l’1-3% della popolazione: l’insorgenza tipica è tra i 30 e i 64 anni, con un picco tra i 45 e i 54.

Ne soffrono più o meno in egual misura uomini e donne, e la prevalenza è più elevata tra gli atleti (specie tra quelli non professionisti, per via di una tecnica non sempre eccellente e di una preparazione non adeguata) ed in alcune categorie professionali quali gli imbianchini, gli idraulici, i carpentieri, gli orologiai e chi utilizza per gran parte della giornata il computer e il mouse. Responsabili dell’insorgenza dell’epicondilite sono infatti – nella maggior parte dei casi – l’estensione e la supinazione ripetute dell’avambraccio e i movimenti dell’arto superiore sopra la spalla (come è tipico del tennis, della pallavolo, della pallamano, del baseball, del lancio del giavellotto e del body building).

Caratterizzata da un forte dolore a livello del gomito, talvolta irradiato anche al polso e alla mano, l’epicondilite va diagnosticata e trattata tempestivamente per evitare che la sintomatologia si cronicizzi o peggiori.

Epicondilite, come altera la funzionalità dell’arto

L’epicondilite, o epicondilalgia omerale, è una patologia dolorosa di origine degenerativa che interessa i tendini che collegano i muscoli dell’avambraccio alla parte laterale del gomito (epicondilo laterale).

Spesso chiamata “gomito del tennista”, non è in realtà una patologia esclusiva dei tennisti o degli sportivi in generale: spesso ne soffrono gli impiegati che per tutto il giorno digitano sulla tastiera o usano il mouse ed una serie di categorie professionali costrette a ripetere in continuazione determinati movimenti.

La causa primaria è, infatti, un sovraccarico funzionale causato dall’uso continuativo ed eccessivo del gomito.

Il tendine si usura a livello dell’inserzione ossea sull’epicondilo omerale, e questo crea una sintomatologia dolorosa a carico del gomito.

Il paziente prova dolore, anche molto forte, a causa della patologia degenerativa che – se non curata – può peggiorare.

Se in un primo momento a dolere sono unicamente i tendini, soprattutto nell’esecuzione di alcuni movimenti, la sintomatologia può, in seguito, diffondersi alla mano e al polso, ed essere avvertita anche a riposo.

Epicondilite: le cause

La prima causa dell’epicondilite è la ripetizione di un determinato gesto: a soffrirne sono infatti gli sportivi e i lavoratori che compiono di continuo lo stesso movimento del gomito.

Il tendine degenera per via di un sovraccarico funzionale, un carico di lavoro ripetuto ed eccessivo che porta a ripetuti microtraumi.

Il ripetersi di semplici movimenti come il digitare sulla tastiera oppure un danno diretto all’epicondilo laterale (un movimento scorretto oppure l’eccessiva estensione dell’avambraccio) sono fattori di rischio per lo sviluppo di questa patologia.

Ha più probabilità di soffrire di epicondilite:

  • chi pratica uno sport con la racchetta (tennis, squash, badminton),
  • chi pratica uno sport da lancio (lancio del disco, lancio del giavellotto),
  • chi pratica sport come il golf o lo scherma,
  • i lavoratori che compiono ripetuti movimenti di mani e polsi (muratori, idraulici, carpentieri, cuochi, macellai, sarti, pittori),
  • chi sollecita ripetutamente il gomito e/o il polso (violinisti, giardinieri),
  • chi usa mouse e tastiera per molte ore ogni giorno,
  • chi ha un’età compresa tra i 30 e i 50 anni.

Epicondilite, i sintomi

Il sintomo primario dell’epicondilite è il dolore al gomito. Inizialmente circoscritto all’epicondilo laterale e limitato alla fase di movimento (specie quando si spinge il polso contro una resistenza), si può nel tempo irradiare lungo l’avambraccio fino a raggiungere il polso e la mano.

A scatenare il dolore sono, in genere, i movimenti di torsione dell’avambraccio.

Talvolta possono comparire anche rigidità mattutina oltre a dolore e debolezza quando si solleva un oggetto, anche molto leggero.

L’epicondilite colpisce in genere il braccio dominante, ma non è una regola fissa. Il dolore può essere lieve, moderato oppure grave e gli episodi possono durare tra i sei mesi e i due anni (la durata tipica è di 12 mesi).

Epicondilite: la diagnosi

Il paziente che avverte un dolore costante e/o ingravescente al gomito si rivolgerà al medico di medicina generale che, dopo un accurato esame anamnestico ed obiettivo, lo indirizzerà allo specialista (solitamente un ortopedico).

Durante la visita verranno esaminate la durata e la gravità del dolore, la presenza di eventuali fattori di rischio e la storia clinica del paziente.

Il medico valuterà se il dolore può essere dovuto ai movimenti compiuti durante il lavoro o l’attività sportiva, si farà spiegare la localizzazione esatta del dolore, il modo in cui si manifesta durante il giorno (se peggiora al compiere di determinati movimenti), valuterà la presenza di altre patologie come l’artrite reumatoide o le neuriti.

Successivamente effettuerà una serie di test:

  • palpazione dell’epicondilo laterale, chiedendo al paziente di muovere il gomito, il polso e le dita, così da valutare la presenza di eventuali tumefazioni,
  • test di Mills, per rilevare la presenza di dolore alla pronazione forzata con il polso flesso e il gomito esteso,
  • test di Cozen, per rilevare la presenza di dolore contro la resistenza del polso e delle dita a gomito esteso,
  • test di Maudsley, per rilevare la presenza di dolore all’estensione contro resistenza del dito medio.

L’esame obiettivo è di norma sufficiente a proporre una diagnosi di epicondilite, ma il medico può decidere di prescrivere ulteriori accertamenti: una radiografia per escludere un processo infiammatorio di altra natura a livello del gomito e per verificare la presenza di calcificazioni, una risonanza magnetica per escludere un’artrite cervicale o un’ernia del disco, un’elettromiografia per escludere una compressione nervosa.

Una volta effettuate tutte le indagini del caso, si potrà cominciare la terapia può opportuna.

Epicondilite, le terapie

Nella maggior parte dei casi, l’epicondilite migliora con il riposo. Poiché il dolore può persistere per settimane o mesi, vengono spesso prescritte terapie conservative oppure, nei casi più gravi, chirurgiche.

I farmaci

La fase acuta del gomito del tennista non dura in genere più di 6-12 settimane.

Se però il dolore viene ignorato, e si continua a compiere il medesimo movimento, può aggravarsi e cronicizzarsi.

Quando insorge è dunque fondamentale porre a riposo l’articolazione per il maggior tempo possibile, evitando di compiere quell’attività che ha portato alla sua insorgenza.

Si possono fare degli impacchi di ghiaccio più volte al giorno, per lenire il dolore e ridurre l’infiammazione o si possono assumere antidolorifici all’occorrenza.

Possono essere intraprese diverse strade terapeutiche, a seconda dell’obiettivo che ci si prefigge.

In genere vengono prescritti dei FANS (antiinfiammatori non steroidei) da assumere per via sistemica o da applicare localmente.

Sono i farmaci di prima scelta, poiché hanno proprietà antinfiammatorie e analgesiche, tra questi i più prescritti sono: ketoprofene, ibuprofene, diclofenac e naprossene.

Gli analgesici puri come il paracetamolo non vengono invece prescritti per trattare la patologia in sé, ma per ridurre la sintomatologia dolorosa ad essa associata.

Nelle forme più gravi possono essere prescritte infiltrazioni di corticosteroidi come il metilprednisolone associato, o meno, alla lidocaina.

I trattamenti

Nel caso di epicondilite grave e persistente, è raccomandata la fisioterapia.

Il dolore e la rigidità articolare possono essere alleviati da specifici massaggi e tecniche di manipolazione, ma anche mediante trattamenti innovativi.

Tra questi riconosciamo:

  • massaggio fisioterapico: il fisioterapista esegue un massaggio trasverso profondo sulle inserzioni tendinee dei muscoli coinvolti. In genere al paziente vengono spiegati esercizi da compiere poi autonomamente a casa,
  • onde d’urto: colpendo direttamente il muscolo infiammato e le strutture tendinee che causano dolore, permettono di risolvere il problema in poche sedute (nelle forme più lievi),
  • tecarterapia: effettuata in modalità resistiva sulle inserzioni tendinee e in modalità capacitiva lungo le fasce dei muscoli interessati, riduce l’infiammazione,
  • laser ad alta potenza: ad effetto antalgico, antinfiammatorio e biostimolante, i risultati migliori, apprezzabili sin dalle primissime sedute, sono garantiti dal laser superpulsato e il laser Yag,
  • kinesio-taping: aiuta a ridurre l’edema e la congestione.

Queste tecniche si rivelano efficaci nel trattamento della fase acuta.

La fase subacuta va trattata con esercizi di potenziamento attivo e la graduale ripresa dell’attività funzionale, riprendendo l’attività sotto sforzo solo in assenza di dolore.

La fase finale, invece, prevede la ripresa dell’attività incrementando gli esercizi di potenziamento e di resistenza.

L’intervento chirurgico

Se in 6-12 mesi di terapia conservativa il paziente non reagisce alle cure, lo specialista può prendere in considerazione l’intervento chirurgico.

L’operazione prevede la rimozione del tessuto danneggiato per alleviare la sintomatologia dolorosa, la disinserzione parziale dei tendini estensori del polso e delle dita, la scarificazione con cruentazione locale dell’epicondilo.

La tipologia di intervento chirurgico (a cielo aperto o per via artroscopica) viene scelta sulla base della gravità del problema e delle condizioni cliniche del paziente.

I rischi dell’intervento chirurgico includono:

  • infezione,
  • perdita di forza e di flessibilità,
  • danni a nervi e vasi sanguigni.

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