Emergenza al collasso per l’influenza e la fobia da meningite? Si, ma i medici di base dove sono?

Emergenza al collasso per l’influenza e la fobia da meningite? Si, ma i medici di base dove sono?
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La foto pubblicata da Giuseppe Napolitano su Facebook: pazienti adagiati a terra per mancanza di barelle, si vede sulla destra una autocaricante da ambulanza usata come barella di corsia, con al posto del cuscino un materassino a depressione.

Pistoia, Latina, Roma, Napoli. Sono queste le segnalazioni che abbiamo avuto direttamente per disservizi gravi che hanno colpito il settore dell’emergenza nella settimana che ha inaugurato l’anno: una settimana “lunga” che – complice il ponte del 6 gennaio – ha fatto sparire una grande fetta di assistenza sanitaria che dovrebbe arginare gli effetti dell’influenza: ovvero i medici di base e i pediatri. Non vogliamo puntare il dito, ma vogliamo che le accuse contro i servizi di emergenza e di soccorso, che si stanno prodigando in tutta Italia per far fronte ad ogni emergenza, inizino a cadere: è colpa di un’ambulanza se deve restare bloccata 2 ore in Pronto Soccorso perché non c’è un letto su cui scaricare un paziente?

E’ normale che a gennaio ci siano i picchi di accesso maggiori nelle strutture di Pronto Soccorso. Ma le cose viste in questi giorni superano il limite dell’emergenza e sfociano nella vergogna.
Bisogna però fare molta attenzione a puntare il dito, perché se a Napoli i servizi di emergenza sono stati costretti ad adagiare i pazienti per terra, per la mancanza dei posti letto e l’impossibilità di lasciare le barelle delle ambulanze nel PS, in altre realtà dove sono state fatte altre scelte si sono viste code di ambulanze bloccate all’accesso del PS per l’incapacità della struttura a fare filtro e a dare un’assistenza ad ognuno dei pazienti richiedenti. Ci sono – è vero – anche strutture che hanno gestito l’emergenza in maniera impeccabile, senza far pesare sul pubblico l’immane sforzo organizzativo che richiede il dare assistenza a una popolazione che si sta rivolgendo per forza nel posto sbagliato.

Ma dove sta il problema? Uno sguardo al calendario fa già capire meglio quale situazione terribile si siano ritrovati fra capo e collo i servizi di Emergenza e i PS. Complice il ponte dell’Epifania e le festività, pochissimi italiani si sono rivolti al proprio medico di base per curare sintomi facilmente controllabili, come quelli dell’influenza. Aggiungiamo che la fobia scatenata sui social dal presunto dilagare della meningite ha fatto il resto. Qualche dato? Dalle statistiche ATS Insubria risulta che il 91,2% degli accessi al PS di Varese sia fatto da ultrasessantacinquenni donne, con picchi di accesso di 300 pazienti invece dei tradizionali 178.

Non è l’unica struttura. Prendiamo il caso del Pronto Soccorso di Parma, che ha pubblicato i dati statistici delle settimane a cavallo fra 2016 e 2017: il 3 gennaio la struttura ha dovuto seguire 358 persone con una media di età di circa 80 anni. I ricoveri sono stati però “solo” 73. Un valore elevatissimo se confrontato alla normalità, basso se paragonato al numero di accessi.
Questi dati (o il dato degli accesso al Pronto Soccorso Pediatrico: ben 249 in un giorno solo!) tornano a puntare l’attenzione sulla parte di servizio sanitario che continua a non funzionare nei periodi di festività: Il servizio di assistenza dei medici di base. Come è possibile infatti che il medico di base (ne esistono più d’uno) spengano il telefono cellulare o lascino in segreteria il messaggio “per eventuali emergenze chiamate il 118″? Perché non è attiva in maniera continua e coordinata l’assistenza territoriale dei gruppi di medicina di base, che potrebbero – turnando i medici – dare ai cittadini un’assistenza H16 ben coordinata?
Già nel 2015 e nel 2016 abbiamo dovuto prendere atto che le epidemie influenzali gravavano solo ed esclusivamente sulle spalle dei servizi di emergenza. Oggi ci troviamo con meno posti letto rispetto a due anni fa, e con le ambulanze che sono costrette a restare ferme in Pronto Soccorso perché i pazienti non possono essere messi da nessuna parte, causa mancanza posti letto.

Se gli studi dei medici di base restano chiusi per ferie e la Guardia Medica non fa più interventi a domicilio, al cittadino rimane una sola opzione. Rivolgersi al 118. E all’operatore dell’emergenza/urgenza, di conseguenza, rimane la sola possibilità di gestire la patata bollente. Anche con metodi sconvolgenti e stigmatizzabili come quelli avuti dal personale inquadrato nella foto scattata all’Ospedale Santa Maria della Pietà di Nola. Bene ha fatto il Ministro da inviare un’ispezione dei NAS, insieme al sottosegretario alal Difesa Gioacchino Alfano. Ma quanti medici di base erano attivi, a Nola, fra il 31 dicembre e il 9 gennaio? Se l’80% di chi è arrivato al Pronto Soccorso non ha realmente avuto bisogno di un servizio di emergenza, di un letto d’ospedale e a volte nemmeno di una flebo, il problema non potrebbe diverso?

Le ragioni dell’Ospedale di Nola: “Abbiamo fatto fronte all’emergenza”

“Abbiamo preferito curare le persone a terra piuttosto che non dare loro assistenza. In ospedale abbiamo 15 barelle, 10 delle quali al pronto soccorso, e sabato ne abbiamo ‘sequestrate’ due alle autoambulanze per far fronte all’emergenza venutasi a creare”. Così Andreo De Stefano, direttore sanitario dell’ospedale. Una situazione “eccezionale” provocata, secondo De Stefano, dall’afflusso di utenti nel pronto soccorso tra sabato e domenica, e che – sostiene – va tornando verso la normalità, senza più pazienti disposti sul pavimento. ”Tra sabato e domenica sono arrivate 265 persone – ha spiegato – a fronte delle 150 circa che arrivano in media, complice anche il freddo che ha gelato le strade, e che ha costretto molte persone della provincia di Avellino a venire a Nola anziché andare altrove. E quando qualcuno giunge al pronto soccorso non possiamo certo mandarlo via, abbiamo preferito mettere a terra le persone piuttosto che non prestare loro assistenza”.

De Stefano descrive poi lo stato delle due persone ritratte nella foto che ha fatto il giro dei social. “Una di quelle persone era in arresto cardiaco, ma che dovevamo fare senza letti né barelle, mandarla via? I medici hanno preferito fare la defibrillazione sul pavimento, pur di salvarle la vita come è accaduto”, spiega. A suo giudizio le immagini mostrate in tv ”non hanno dato una bella immagine dell’ospedale, ma era l’unica soluzione per far fronte all’emergenza”. ”L’altra persona ritratta a terra – ha raccontato – era stata messa in posizione antisoffocamento perché era in preda al vomito”.

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