Ma chi è, davvero, il rifugiato che dobbiamo festeggiare?

Oggi chi andiamo a festeggiare davvero? L’anonimo sbarcato senza identità e futuro in un porto del Mediterraneo? E’ la festa delle ONG oppure della pacchia dei leghisti? E’ la festa di quello che trent’anni fa, scappando per guerra, fame, miseria, speranza, sogni o violenza, hanno reso possibile un piccoli miracoli di convivenza e miglioramento della società, o è la festa di chi è stato abbandonato alla rete -italianissima- della criminalità organizzata?

 

Di: Mario Robusti

Oggi faccio uno strappo alle regole del giornalismo e vi parlo in prima persona. Perché oggi è una giornata speciale. Oggi è la giornata mondiale del rifugiato e non c’è niente da festeggiare: non perché le persone muoiono in mezzo al mare, figuriamoci. Vogliamo dirla molto più diretta di quanto non vi aspettereste. Voi, lettori, ed io, che vi scrivo questo articolo, con chi muore in mezzo al mare non abbiamo la benché minima empatia. Ci sono delle impostazioni comunicative precise che rendono possibile questa totale mancanza di umanità, in ciò che leggiamo e vediamo.

C’è chi la chiama cattiveria, ma non sono concorde.
Siamo nel pieno sviluppo dalla “sindrome dell’elefante” e tutti noi ne siamo totalmente assuefatti. Davanti alla morte, alla distruzione, c’è sempre un semplicistico “si, ma… lo vedi il delinquente nero sotto casa tua?”. Si tratta di un lavoro raffinato e molto semplice di distrazione dal problema e di conversione dell’interesse.
Soprattutto perché si, è vero, c’è il delinquente sotto casa ed è un problema con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Figuriamoci se possiamo avere il tempo di pensare a chi sta cercando fortuna nella nostra parte di mondo. Quella fortuna lì la stiamo cercando anche tutti noi, giorno dopo giorno, in fin dei conti. 

Questo è uno dei tanti motivi per cui, cari lettori di questo articolo, seguite ogni giorno un po’ più freddamente le vicende di altri esseri umani – uomini, o donne, o bambini che siano – che stanno cercando di raggiungere un paese che può dare loro qualche possibilità in più. La colpa è mia, la colpa è dei media, la colpa è un po’ di tutti e, quindi, alla fine non è di nessuno. Così lasciamo spazio all’odio e all’indignazione. Però dobbiamo cambiare per un attimo il nostro punto di vista, se abbiamo davvero intenzione di capire cosa sta accandendo.

Perché oggi non festeggiamo i rifugiati, i migranti che muoiono in mezzo al mare, quelli che sbarcano. Non sono questi disperati in fuga dalla guerra, queste donne violentate in fuga dalla schiavitù, questi bambini senza radici che affrontano innocentemente le frustate e le cicatrici che privazioni, botte e lotta per il cibo stanno imprimendo nel loro animo. Non sono loro quelli che oggi festeggia il mondo.

Guardatevi attorno. Quelli che oggi stiamo festeggiando non sono i morti nell’abisso del Mediterraneo, ma sono i vivi che con il loro vagare hanno creato dei piccoli sogni. Oggi il mondo festeggia il migrante Said, che da trentacinque anni si alza alle 4 del mattino per fare il pane e la pizza agli universitari di Parma, in Oltretorrente. Quello che oggi festeggiamo è il dissidente Sirkan, fuggito dalle torture della polizia vent’anni fa, e oggi impresario impegnato nel ridare speranza a chi vive in Kurdistan. Oggi festeggiamo l’avvocato Gentian, albanese arrivato sulle prime barche ormeggiate a Bari, nel ’92 e oggi stimato avvocato civilista. Oggi festeggiamo Godfred, immigrato arrivato a Lampedusa 10 anni fa, diventato centrocampista centrale del Bologna Calcio. Desmond, dalla Sierra Leone, che vive e lavora a Termini Imerese dal 1997. Vent’anni, fuggito dalla guerra civile del suo Paese, che insegna a centinaia di ragazzi del suo paese (si, la Sicilia è la sua terra, l’Italia il suo paese, adesso) a giocare lo sport più bello del mondo, il basket.

Oggi è la giornata di chi è arrivato con un barcone mentre non c’erano i fari dei social media accesi, mentre il mondo era più attento a ciò che realizzavi e volevi costruire, piuttosto che a ciò che rappresentavi. Oggi è la giornata di chi non vedete nella gallery delle emozioni pre-impostate, come filtri da applicare ad una fotografia.  Quelle persone, ieri, erano gli stranieri, gli immigrati, che oggi abbiamo già deciso di condannare. Senza capire che il problema del nostro sentire non è dato dalle persone che hanno la pelle di un colore diverso, ma dal modo in cui abbiamo deciso di impostare la nostra politica e i suoi sviluppi. Ci siamo preoccupati dello sbarco e non abbiamo mai voluto incidere, politicamente, su ciò che arriva dopo: l’integrazione.

Negli ultimi tre anni infatti abbiamo lasciato che la pressione migratoria crescesse a dismisura, preoccupandoci di dare vitto e alloggio in maniera emergenziale a chiunque potesse mettere a disposizione uno spazio con luce, acqua e gas. Lì abbiamo iniziato a generare il problema della sicurezza, che oggi morde la coda al problema del flusso migratorio. Perché abbiamo generato questo problema? Perché non abbiamo dato spazio solo alle associazioni, al volontariato e alla cooperazione che punta a costruire nel migrante quel germe fondamentale perché diventi un futuro cittadino italiano (od europeo) modello. Abbiamo dato il “liberi tutti” a qualsiasi tipo di supporto che permettesse di spostare il problema migratorio di 24 mesi, senza costruire un vero sistema capace non tanto di “ricacciare indietro chi non può restare in Italia”, ma capace di far diventare lavoratori e cittadini modello quei migranti che oggi sono in Italia, e stanno aspettando un’opportunità.
Oggi a loro l’opportunità la danno i giri della corruzione, della violenza, dello spaccio, della prostituzione, del mercato nero di oggetti.

C’è bisogno di ripulire il settore dell’accoglienza da chi sfrutta in maniera indiscriminata il business dei migranti. Perché è a partire da quella radice lì che tutto il resto viene di conseguenza. Stiamo guardando la coda di un cane che continuerà a mordersi e a farsi male, consumando qualsiasi residuale energia per migliorare se stesso in una corsa al più cattivo, che inevitabilmente non avrà mai fine.

Buona giornata del migrante a tutti noi. Che in futuro la Storia, questa ruota che gira, ci risparmi di essere dalla parte della fuga, dalla parte di chi riceve uno sgambetto mentre corre per portare in salvo i propri figli.

PS: Oggi è anche la giornata di chi emigra per lavoro, come noi italiani: i nostri ragazzi rappresentano la fuga di cervelli più grande e disperata che si sia vista negli ultimi 10 anni in tutta Europa, e non solo non ci preoccupiamo di fermare questa fuga, ma la incentiviamo abbassando sempre di più le nostre pretese rispetto alla nostra convivenza comune. 

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