Disturbi bipolari: stabilizzatori dell'umore o appiattimento?

Quando si indica l’obiettivo di una terapia per i disturbi ricorrenti dell’umore, in particolare dei disturbi bipolari maggiori, il termine che comunemente si utilizza è quello di “stabilizzazione”, e quindi di farmaci stabilizzatori dell’umore per indicare lo strumento terapeutico, o “timoregolatore”, cioè regolatore d’umore

L’instabilità dell’umore su una linea retta

Questi termini suonano a molti antipatici, perché danno l’idea di una forzatura del proprio umore e delle sfaccettature che lo caratterizzano verso una ipotetica linea piatta, intermedia tra la depressione e l’eccitamento.

Nella rappresentazione grafica più diffusa, i disturbi dell’umore sono rappresentati come curve in su o giù rispetto ad una linea “zero”, dove l’ampiezza indica la gravità dei sintomi, la larghezza la durata, e il verso il “polo” umorale.

In questa grafica tra l’altro lo stato misto già non ha una sua traduzione lineare (si rappresenta con barre verticali) e il quanto più un punto è distante dalla linea zero, tanto più se prosegue nel tempo tende ad essere seguito da una fase vera e propria. Ciò è relativo tuttavia.

Esistono per esempio linee stabili di depressione e anche stati misti “stabili”, mentre è meno probabile una “linea” stabile di mania.

 

Flessibilità e rigidità

La linea però dà idea di serie di punti uguali.

Ciò non somiglia alla fisiologia dell’umore, ma piuttosto somiglia alla rigidità delle fasi dei disturbi.

Si può essere rigidi depressi o rigidi eccitati e in questo caso si deve immaginare la normalità come una linea ondulata, irregolarmente e in maniera dipendente dalle sollecitazioni esterne, così come può essere un mezzo liquido, che ondeggia e si adatta, si alza e si abbassa di livello, ha correnti interne e increspature.

La patologia inizia nel momento in cui il liquido diventa solido e le sue capacità di adattamento e modificazione sono ridotte.

Questa rigidità richiama altri concetti comuni alle varie fasi del disturbo bipolare: la sincronizzazione (le varie funzioni sono tutte spostate verso lo stesso polo, eccitato o inibito) e la polarizzazione (una funzione si esprime in maniera deviata verso un polo, eccitato o inibito).

In questi termini è maggiore la somiglianza tra una depressione e una mania, di quanto non lo sia quella che c’è tra normalità e una delle due fasi, pur di polarità opposta.

La rigidità dell’umore, che non cambia con sollecitazioni esterne ma persiste in un assetto “polare” è piatta, è uno schiacciamento contro il pavimento o contro il soffitto.

Flessibilità al centro, rigidità ai poli.

Si sa anche che nel disturbo bipolare l’umore non è stabile ed è soggetto bruschi cambiamenti “viraggi”, e nelle fasi eccitate non sono rari brevi viraggi depressivi, per lo più agitati.

Il viraggio potrebbe essere rappresentato come un passaggio, ma non sotto o sopra una linea, bensì a destra o a sinistra di uno stesso piano di schiacciamento, di polarizzazione.

Probabilmente questo piano, questa volta per meglio dire, su cui scorre l’umore da un polo all’altro, è diverso per le malattie depressive (che di polo ne hanno uno solo), e le malattie bipolari.

Perché si parla di stabilizzatore di umore

Per quanto riguarda la cura, la parola “stabilizzatore” è stata inventata per indicare ciò che dovrebbe succedere, ma applicata a medicinali che in realtà sono ancora studiati come anti-eccitatori di fase acuta (anti-maniacali).

Vi possono infatti essere medicinali in grado di curare la mania e prevenire le ricadute maniacali, senza per questo riuscire a prevenire le ricadute depressive.

Esiste, per alcuni medicinali, una certa continuità tra il fatto di prevenire una fase e le altre quando sono parte di un ciclo: bloccando l’inizio del ciclo si previene il resto del ciclo.

Il risultato che con uno stabilizzante dell’umore si vorrebbe è quello di riportare a una stabile duttilità e ondulazione l’umore di una persona e le funzioni connesse.

Alcuni pazienti invece lamentano una stabilità “piatta”, una sorta di eccesso di effetto anti-eccitatorio, che non riproduce un fondo dinamico e ondulato, ma schiacciato e fermo.

In particolare, le persone abituate ad un rapporto diretto con le fonti di stimolazione umorale (per esempio le droghe) sono molto sensibili a questo tono “schiacciato verso il basso”.

La stabilizzazione postuma

Un’ultima considerazione riguarda la stabilizzazione postuma a fasi spontanee di mania, dopo la risoluzione della depressione eventuale che ne è seguita oppure postume a fasi di esposizione a sostanze euforizzanti.

L’ambito della normalità, che prevede una certa variabilità di qualità umorali entro una certa ampiezza di intensità senza polarizzazione, in questi casi è ristretta.

La persona può essere stabile, inoffensiva, funzionale, ma non presenta vivacità umorale e può vivere male questa condizione come “ipoforica”, ovvero ridotta carica, nel bene e nel male.

Ovviamente, la sensibilità di chi ha provato picchi di euforia è molto maggiore nei riguardi della mancanza di euforia, rispetto a quanto accade a una persona lievemente depressa: tecnicamente, il lieve depresso è più spento dell’ipoforico, ma l’ipoforico vive una differenza maggiore, perché il suo riferimento è la mania o l’ipomania.

Inoltre, mentre il “normale” triste conserva la capacità di controspinta, e tende quindi a far qualcosa per tornare almeno al livello di normalità tendente all’alto, l’ipoforico si sente schiacciato in basso, ed è quindi ancora polarizzato, nonostante sia quantitativamente “normale”.

La sua “soglia” di normalità si è alzata, ed egli non si sente normale se non iperstimolato.

Apparentemente è un normale-depresso, potrebbe dare l’idea di essere spento in maniera permanente, invece semplicemente carbura di meno, essendo però ancora infiammabile.

Purtroppo, se per restare più acceso si deve infiammare, questo danno peggiora, per cui il punto sta nel migliorarne la carburazione, e non nel cercare vie sempre nuove e più intense di riprodurre fiammate transitorie.

 

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Fonte dell’articolo

Medicitalia

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